Arsenal – Milan: questo strano ed emozionante elogio dell’imperfezione

Continui a osservare la foto dell’occasione avuta da Van Persie: è il 13’ del secondo tempo, e l’olandese sta tentando un cucchiaio su Abbiati. Se segna è 4-0, e la rimonta sarebbe completa. Ma il portiere rossonero dice di no, e sventa il tentativo. Nell’immagine, tra il sospiro trattenuto dell’attaccante olandese e l’attesa di tutto il pubblico dell’Emirates Stadium, cogli sullo sfondo un tifoso che ha già le mani al cielo. Assapora l’impresa: è fatta, pare dire. Recuperato il 4-0 dell’andata. La storia ha scritto un suo capitolo qui oggi, davanti ai miei occhi. Invece tutto è costretto a svanire, tutto sfuma sul lattice del guantone del portiere milanista.
La partita di ieri sera tra Milan e Arsenal credo sia stato un grande elogio del gioco del calcio. Non soltanto per il bello spettacolo che ha saputo offrire (specialmente la squadra di casa), ma anche perché, forse più di ogni altra partita, ha dato prova della comune origine e natura tra il pallone e la vita reale. In quei giocatori che correvano, in quel fioccare di gol e azioni pericolose, in quel «non succede, ma se succede…» colgo un particolare interessante: è stato un’emozionante e straordinario elogio dell’imperfezione.
Da una parte c’era l’Arsenal, che ha fatto la partita: dovevano ribaltare il risultato, ogni pronostico era contro di loro, eppure sono scesi in campo con una grinta fuori dal comune. In meno di 45 minuti hanno fatto tre gol. E il miracolo pareva fatto. I titoli di giornali erano già pronti, si aspettava solo l’ultima fatica per gridare all’impresa. Dici: «Il Milan è cotto. È questione di minuti». E invece, ogni tentativo è stato vano. L’incantesimo è parso rompersi proprio sul più bello.
Dall’altra parte il Milan. Nel primo tempo la squadra non è scesa in campo, è rimasta negli spogliatoi. Nella seconda metà ha fatto qualcosina di più, ma era evidente che l’atteggiamento non era all’altezza del match. Eppure alla fine hanno trionfato loro. Giusto? Sbagliato?
Insomma, tra una squadra che corre il triplo dell’altra ma si ferma sul più bello, e l’altra che alla fine esce vittoriosa pur non meritandolo fino in fondo (siamo un po’ indulgenti, ricordiamoci il 4-0 dell’andata…), ciò che più ha prevalso è stata un’altra cosa: la straordinarietà del match. Un’emozione mista a piacere e sofferenza che è stata di per sé impagabile. Il tutto offerto da due squadre che, a pensarci bene, hanno sbagliato, cioè non sono stati perfette nella loro strategia: gli inglesi dovevano farne quattro e invece si sono fermati a tre, lasciando il passaggio del turno a un Milan che, invece, è tornato in Italia trionfante sì, ma schiaffeggiato.
E così, ecco che ventidue giocatori, ventidue uomini come tutti gli altri, sono capaci di regalarti un’ora e mezzo di goduria. Ventidue persone, con i loro pregi e i loro difetti, cercando di dare il meglio di sé su un campo da calcio, quindi sul loro posto di lavoro, riescono a mandarti a casa felice di quello che hai appena visto, appagato dello spettacolo cui hai appena assistito. Ti pare quasi un assaggio di paradiso. Chissà quale arcano mistero c’è dietro al pallone (e alla vita)…

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