Falliti sì, ma non umiliati. E così i Rangers rimandano la festa del Celtic

Non succedeva dal 1967. Era da quell’anno che il Celtic non vinceva il titolo scozzese con un trionfo in casa dei rivali dei Rangers. Una stagione che fu tanto gloriosa per i biancoverdi quando amara per i Gers: i primi infatti non s’accontentarono del campionato, ma vinsero anche Coppa dei Campioni e Coppa di Lega, diventando la prima squadra in Europa a realizzare un treble, otriplete. I secondi invece, arrivarono in finale di Coppa delle Coppe, ma persero contro il Bayern Monaco, trovandosi con un pugno di mosche in mano a veder festeggiare i rivali cittadini sul tetto d’Europa. Ieri poteva ripetersi una partita simile, e simili potevano essere persino gli umori: il Celtic andava a Ibrox, a giocarsi il campionato. Una vittoria voleva dire laurearsi campione con 7 giornate d’anticipo, e voleva dire soprattutto schiaffeggiare i Rangers a casa loro, nel momento più difficile della loro storia: come già raccontavamo qualche tempo fa, i Teddy Bears sono infatti in amministrazione controllata e sull’orlo del fallimento. Forse poteva essere uno degli ultimi derby. Ma la storia non si è ripetuta, e la squadra di casa ha detto di no: falliti sì, ma non umiliati. E così hanno vinto: 3-2.

La partita è stata molto combattuta e avvincente: subito avanti con un bel gol di Aluko, i Rangers vengono favoriti anche dalla doppia espulsione molto generosa di Cha Du-Ri e Wanyama (fratello del parmense Mariga). A fine primo tempo, gli ospiti rimangono orfani anche del loro allenatore: Lennon viene infatti espulso per “incomprensioni” con l’arbitro. Il clima è teso: al tecnico dei Bhoys viene vietato di accomodarsi in tribuna per motivi di sicurezza, ed è costretto così a seguire il resto del match dalla sala stampa, con l’allenatore dei portieri a fare da staffetta tra lui e la panchina.

Nel secondo tempo la squadra di casa arrotonda, prima con Little e poi con Wallace. È un 3-0 pesantissimo. Altro che umiliazione: questo è un vero moto d’orgoglio. Lo avvertono i tifosi, che, felici e dimentichi delle casse in debito, intonano i loro cori e sventolano gli infiniti Union Jack che colorano gli spalti: il simbolo della Glasgow protestante e unionista era in vendita all’esterno dello stadio per due sterline, chiaramente poi devolute al club.

Ma il Celtic non molla: nel finale prima trova il gol di Scott Brown su rigore, poi fa 3-2 al 92′ con Rogne. Peccato sia troppo tardi. La telecamera allarga dietro alla porta difesa dal portiere di casa: nonostante la rimonta riuscita solo a metà, c’è un muro biancoverde che fa festa. Saltano e cantano, anche se la storia non si è ripetuta come volevano. Sanno che per lo scudetto c’è da attendere solo una settimana.

Pensi a questa scena, pensi alle due sterline delle bandiere come offerta per il club, e pensi a quel ragazzino che ha chiesto al padre, tifoso dei Rangers, di dare in donazione al club i soldi che tenevano via per le ferie estive. Tutto questo è l’Old Firm, la “Vecchia impresa” che mette contro cattolici e protestanti di Glasgow, in un derby tra i più sentiti al mondo, dove il calcio è solo contorno. Il pallone è il crocevia, dove s’incontrano le tante vicende di una città e di tante persone che dietro a quei colori identifica la propria vita. Tra scudetti mancati e fallimenti, speriamo che Dio lo preservi ancora a lungo tale (cioè col Celtic superiore).

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