VERSO GLI EUROPEI – Quando “Gravità zero” fece volare la Germania di Vogts

Stavolta il “Terrier” non ha sbagliato sul più bello. Nessun calo di concentrazione per la sua Germania, nessun vaneggiamento di fronte all’abbordabile avversario incontrato in finale, la Repubblica Ceca di Uhrin. Berti Vogts finalmente ce l’ha fatta: il cielo di Londra incorona i tedeschi campioni d’Europa, dopo aver perso l’edizione precedente nell’ultimo atto contro la Danimarca.

Al tecnico tedesco va il merito di essere riuscito a tenere calma la squadra quando impazzavano le polemiche: il conflitto tra Klinsmann e Matthaus prima dell’inizio della competizione si risolve con l’esclusione di quest’ultimo, una perdita grave ma ben rimpiazzata dalla coraggiosa investitura di Sammer. Oltre a lui, Vogts punta anche di svecchiare il gruppo con gli innesti giovani di Scholl, Babbel, Bobic e Ziege.

Ma la scelta che più premia il coraggio del Ct avviene in finale: di fronte ci sono appunto i sorprendenti cechi. Una nazionale giovane (è al primo torneo di prestigio dopo la divisione dalla Slovacchia) che però è riuscita a far fuori l’Italia di Sacchi, e può servirsi a centrocampo di un giovane Pavel Nedved, del futuro giocatore del Liverpool Vladimir Smicer, di Karel Poborsky (l’incubo nerazzurro datato 5 maggio 2002) Patrik Berger, Pavel Kuka… Nomi che dicono poco al calcio europeo, ma che più passano i giorni più mietono vittime importanti: oltre agli Azzurri, i cechi eliminano il Portogallo di Figo e Rui Costa, e la Francia di Zidane e Blanc.

A Wembley la finale si fa noiosa nel primo tempo. Le squadre si studiano, troppo intimorite l’una dall’altra. Poi all’inizio del secondo tempo c’è un contropiede per i cechi: Sammer stende Poborsky (forse fuori area), Pairetto dice che è rigore, e Berger non sbaglia. Ma è qui che Vogts pesca dal mazzo la carta vincente. È un’asso tedesco, ma che da qualche anno è venuto a cercare fortuna sui tavoli da poker italiani. Riusciendoci per altro molto bene, chiedere a Udine e Ascoli per credere. Si chiama Oliver Bierhoff, e il Ct lo manda in campo al 70′, a sostituire Mehmet Scholl. A “Gravità zero” bastano 3 minuti: la sua incornata sulla punizione dalla sinistra di Ziege (futuro rossonero) batte l’incolpevole Kouba, trovando un 1-1 su cui quasi i tedeschi non ci speravano più. Il cronometro corre verso il 90′, e le due squadre ai supplementari. La stanchezza affiora, ma non nelle gambe di Bierhoff, entrato fresco fresco da poco: la maledetta regola del Golden Gol premia gli esperti tedeschi ancora grazie a una sua rete, bravo a trovarsi un varco tra le maglie della difesa di Uhrin, e a trovare il gol del 2-1 stavolta con la complicità dello smanaccione portiere ceco.

Dopo 16 anni la Germania può festeggiare così la vittoria nell’Europeo, divenendo per altro la prima nazionale maggiore a vincere una competizione grazie ad un Golden Gol. Vogts ringrazia Bierhoff e si gode un singolare primato: è l’unico ad aver vinto il Campionato Europeo sia da calciatore (1974) che da tecnico.

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