Cassano e le risate dei giornalisti…

Forse poteva evitare. Forse Cassano poteva evitare di usare un certo linguaggio, parlando degli “omosessuali” come “froci”, e poteva stare un po’ più accorto nel fare quelle dichiarazioni. In fondo, c’era da aspettarsi che chi gli chiedeva dei gusti sessuali dei suoi compagni di squadra facendo riferimento alle parole di Cecchi Paone (che, guarda caso, riesce sempre ad essere al centro dell’attenzione mediatica non appena ha da promuovere qualche iniziativa editoriale), non aspettava altro che strumentalizzare qualsiasi sua parola, qualora fosse stata appena sopra le righe. Antonio è un professionista da tanti anni, e questa brutta tendenza del giornalismo dovrebbe conoscerla. Al tempo stesso però, Cassano è un campione che ormai conosciamo: da quando è un professionista, cioè dal 1999, di lui abbiamo sempre parlato per i numeri in campo quanto per gli eccessi fuori. Vi ricordate le bandierine rotte, le imitazioni a Capello, gli allenamenti abbandonati e la maglia gettata in faccia all’arbitro che lo espelle? Antonio è così: troppo naturale e troppo istintivo.

Ancora più triste è però constatare il clima effimero e ipocrita con cui tanta stampa italiana ama parlare del calcio. A vedere le immagini della conferenza stampa di ieri, fa innervosire sentire le chiassose risate con cui tanti giornalisti accoglievano le parole di Cassano. Ci si divertiva tutti, in un clima di bonaria spontaneità, ridendo della spiritosa schiettezza del giocatore azzurro, magari allietati dagli errori con l’italiano di Antonio, dal suo scorretto «se penso quello che dico», o dall’imbarazzata battuta «metrosexual che è? Parla italiano». Salvo poi attendere che si spegnessero i microfoni, e allora indignarsi, storcere il naso e metterlo al muro.

Cassano è stato forse fin troppo disinvolto nel parlare dei gay nel calcio, ma la sua conferenza stampa ha messo in luce chiaramente una cosa: sotto il finto perbenismo della stampa non ci sono tante battaglie anti-omofobe, quanto il solo tentativo di vendere qualche copia in più. E le risate divertite dei giornalisti alla parola “froci” sono uno schiaffo all’omologazione linguistica del politically correct, la solita falsa facciata tollerante che sta stretta anche a loro.

 

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