Giusto valorizzare i giovani calciatori italiani, ma attenti a trattarli come “salami”

È stato un grande passo avanti la riunione di ieri. Dodici club di Serie A si sono incontrati a Milano per decidere sulla nascita di un campionato riserve per la prossima stagione, una sorta di lega dove poter far giocare i propri giocatori in esubero, come accade già in Spagna e Germania. La prossima settimana i 12 presidenti si rincontreranno per cercare di dare una forma chiara alle idee emerse ieri da presentare poi all’Assemblea della Lega, ma tutto lascia intendere che una lega per squadre “B” potrebbe essere una soluzione.

ALL’ESTERO. In Spagna e Germania sono realtà che funzionano molto bene. Le squadre riserve risultano essere il modo migliore per valorizzare tanti giovani, facendoli giocare in leghe di livello maggiore rispetto ai campionati primavera, con la possibilità di richiamarli a piacere in prima squadra. Di campioni sfornati in queste due nazioni ce ne sono a bizzeffe: basta guardare alla Germania protagonista degli ultimi Europei, che poteva vantare tanti giocatori simili, Schweinsteiger, Neuer, Hummels, Muller, Schmelzer; la Spagna vincitrice contava sulle forze di Valdes, Casillas, Puyol, Llorente, Raul Albiol, prodotti dalle selezioni di riserva dei rispettivi club. E anche Pep Guardiola, ex-tecnico del Barcellona, ha cominciato la sua carriera da allenatore portando in Segunda Division la squadra “B” dei catalani. Un modello quindi che potrebbe fare bene anche in Italia.

GIOVANI. Quanto serve al calcio italiano uno strumento di valorizzazione dei tanti giovani dei nostri campionati? Anche Filippo Galli, responsabile del settore giovanile del Milan, qualche mese fa spiegava con tempi.it la necessità di passerelle dalle squadre primavera alle massime serie: «I campionati giovanili non sono in grado di preparare in assoluto al professionismo». Chiaro quindi lo scopo, resta da capire la formula da adottare. Perché tutti sono d’accordo sull’utilità delle squadre riserve, meno sul campionato che spetterebbe loro di giocare. Ai grandi club non basta la soluzione dei campionati riserve, ma chiedono l’iscrizione delle proprie selezioni “B” in divisioni già esistenti, come Lega Pro o Serie D, sicuramente più competitive. Ma è proprio ai club di queste serie che la scelta non va giù, e il presidente della Lega Pro Mario Macalli continua a combattere per evitarlo.

SALAMI E VASSALLI. Il no di Macalli è doppio, sia all’ingresso in Lega Pro di club di A, dove ci sarebbe il rischio di creare territori di vassallaggio per le grandi squadre, sia alle multiproprietà, sul modello del doppio controllo di Lazio e Salernitana di Claudio Lotito: «Se vuoi venire a casa mia a far maturare i salami mi paghi la maturazione, altrimenti li appendi in casa tua». In mezzo, le tante normative che la Lega Pro ha stabilito per favorire quei club di Serie C che utilizzano giovani prodotti dei propri vivai. Serve che un progetto assuma una forma più chiara anche per tutelare queste squadre, che rischierebbero di trovarsi vittime del prestigio e della grandezza dei top club. Serve non trattare questi club di provincia alla stregua di palestre da sfruttare a piacimento, ma rispettando il grande lavoro e il grande valore che hanno sul territorio. Per evitare che il calcio italiano riparta solo ai grandi livelli, dimenticandosi della crisi dei suoi campi di provincia.

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