60 anni fa gli inglesi andarono a lezione dall’Ungheria. Un 3-6 che fece la storia

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Pallone e storia del Novecento, tradizioni sportive e attualità politica. Era stato battezzato il “Match del secolo” quello che Inghilterra e Ungheria giocarono esattamente sessant’anni fa a Wembley, davanti a quasi 120mila persone. E c’era un motivo chiaro per dargli tutto quello spolvero: i Three Lions aprivano le porte di casa, una nazione che aveva creato quello sport oramai divenuto quasi sacro e che nei pochi incroci che si era concessa con le rappresentative del continente non aveva mai perso. Indomabili in casa, avevano contro l’Ungheria di Puskas, i Magical Magyars, da tre anni imbattuti (24 vittorie di fila) e reduci dalla vittoria al torneo olimpico di Helsinki ’52. Aveva ragione chi si aspettava che il match passasse alla storia. Ma la storia si scrisse nel modo meno sperato dagli inglesi: persero 6-3, una sconfitta che affondò un colpo decisivo al conservatorismo calcistico del pallone di Sua Maestà, ancora arenato su schemi e tattiche d’allenamento vecchie.

Quella sconfitta ha segnato eccome lo sviluppo del pallone britannico, che fino ad allora non si era voluto confrontare più di tanto con il resto del mondo. Ai primi tre Mondiali non si erano neppure presentati: siamo gli inventori del calcio, chi ci può essere meglio di noi? L’Ungheria dalla sua arrivava sulla cresta dell’onda, spinta a forza da un regime politico che si muoveva all’ombra dei comunisti di Mosca e che, per tanto, vedeva nello sport un modo di esprimere la propria superiorità che arrivasse diretto alla gente del popolo. Gustav Sebes, l’allenatore, era membro lui stesso del Governo, tanti giocatori, Puskas in primis, venivano dall’Honved, club da pochi anni sotto il controllo del Ministero della difesa. Particolari che non stupiscono in un Est Europa dove il calcio era la cartina tornasole della politica, tanto che la vittoria dei “traditori” della Yugoslavia di Tito sull’Urss alle Olimpiadi del ’52 fu tenuta a lungo sotto silenzio, comunicata dai media solo dopo la morte di Stalin l’anno successivo.

Soccer - Friendly - England v Hungary - Wembley Stadium

Il calcio degli ungheresi era veloce e dinamico, puntuale e micidiale: i movimenti del centravanti arretrato Hidgkuti sbaragliarono la macchinosa retroguardia britannica, che lasciò spazi vuoti per gli inserimenti delle ali Puskas e Kocsis. In maglia bianca c’erano signori del calcio come Mortensen, Matthews, Wright… Nessuno riusciva però a fare qualcosa per impedire quel disastro. Tempo un’ora di gioco e la gara era già sul 6-2 per gli ospiti. A fine partita non restò che raccogliere i cocci: «Non ha giocato male l’Inghilterra. Ma per gli standard britannici», scrissero i giornali. Qualche mese dopo, la rivincita in terra magiara lasciò lividi ancor più dolorosi: 7-1 finì. Da allora l’Inghilterra cominciò a rivedere tutte le sue politiche: Matt Busby, manager dello United, si mise contro la FA pur di portare i suoi fuori dai confini nazionali e farli partecipare alla Coppa Campioni.

Ma ciò che più stupisce di quella partita è la storia di Jimmy Hogan, inglese di famiglia irlandese, già visto in Inghilterra con le maglie di Fulham, Bolton e Swindon a inizio secolo, poi allenatore girovago per l’Europa: ha esportato in giro il suo calcio fatto di velocità, passaggi rapidi e versatilità. Per lui il campo era un tappeto, i movimenti un valzer. La Prima Guerra Mondiale lo sorprese in Austria, dove fu catturato come nemico straniero: ciò gli permise però di stringere rapporti di lavoro con le società calcistiche ungheresi. Fu là che prese parte al “Danubian Style”, quel periodo in cui la follia pallonara dilagò a Budapest, che in un’istante si trovò innamorata di calcio. Al ritorno in patria, fu considerato un traditore per aver lavorato in Paesi nemici, e a chi proponeva il suo nome per la panchina della Nazionale si rispondeva che Jimmy era troppo vecchio. Aveva 71 anni quel giorno del ’53. Era in tribuna a Wembley, ma non nei Royal Box. «Ci ha insegnato tutto ciò che sappiamo di calcio», dirà Sandor Barcs, presidente della federazione calcistica ungherese, alla fine di quel capitolo di storia che l’Ungheria aveva dettato ai maestri inglesi.

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Un pensiero su “60 anni fa gli inglesi andarono a lezione dall’Ungheria. Un 3-6 che fece la storia

  1. Sir Indigo Moog

    Veramente ironica la sorte del povero Hogan, ma si sa l’Inghilterra è sempre molto restìa ai cambiamenti e da sempre portata a scelte che soddisfino le folle domestiche (operato che condivido) che non vengono mai sacrificate sull’altare dei risultati.
    La partita segnò di fatto la fine del sistema WM dopo trent’anni di onorato servizio.

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