Jimmy Jones e il Belfast Celtic: là dove il calcio dà poca gloria e molti lividi

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Forse la storia di Jimmy Jones interesserà poco al lettore italiano. Forse nella morte di questo vecchio attaccante nord-irlandese, deceduto in settimana all’età di 85 anni, si troverà poco di cui parlare, tanto quanto nel suo ruolino calcistico, discretamente anonimo se non fosse per un record, le 74 reti messe a segno col Glenavon nella stagione ’56-’57, il massimo che un attaccante sia riuscito a fare nel campionato calcistico dell’Ulster. Che è poca cosa, si dirà: una terra che ha conosciuto un gioiello come George Best e che, per un’assurdo destino, ha visto il massimo del talento potesse germogliare da quelle parti tutto concentrato lì, nel quinto beatle, lasciando le briciole ai vari Jennings, O’Neill, Healy.

Ma il ricordo di Jimmy Jones porta con sé uno scorcio drammatico su cosa sia stato (e, in misura minore, cosa sia ancora) il calcio a Belfast. Città che trasuda odio e rivalità dai suoi muri, dove più le vie si fanno strette e più la calca di tensione e rabbia ti irrita la pelle. Nel ’48 Jones giocava proprio nella capitale nord-irlandese: vestiva la maglia bianco-verde dei Belfast Celtic, squadra nata a inizio secolo per onorare i più famosi colleghi scozzesi. Stessi colori, stessa terra d’origine: l’Irlanda. La casa dove il club ebbe i natali è ancora visibile all’imbocco di Falls Road, via cattolica per eccellenza dell’ovest di Belfast. E da quel quartiere il Celtic prendeva tifo, anima e motivazioni. Per anni sono stati una delle grandi del pallone dell’Ulster, vincendo 14 titoli nazionali e 8 coppe di lega.

Inutile dire che le rivalità, da quelle parti, sono qualcosa di più che rubarsi uno striscione o prendersi a cinghiate: più volte sono finiti in violenza gli incroci con il Linfield, cuore calcistico protestante della città, gemellato guarda caso con i Rangers di Glasgow. L’apice si toccò, appunto, nel ’48, nel match del boxing day: in campo finì 1-1, ma a fine partita sul rettangolo di Windsor Park cominciò una caccia all’uomo ai giocatori bianco-verdi. Obbiettivo dei tifosi era proprio Jones, che aveva spaccato la gamba, nel primo tempo, all’idolo di casa Bryson. L’attaccante tentò di fuggire dal campo, ma fu preso e colpito: spezzarono pure a lui una gamba, rimase inconscio sul terreno di gioco. Fu Sean McCann, portiere, a salvarlo dalla rabbia dei tifosi di casa. Anche altri due giocatori, un difensore e un altro portiere, vennero colpiti. La stessa notte la dirigenza del Celtic decise di ritirare la squadra dal campionato.

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Si riprese Jones sebbene all’inizio pareva che gli dovessero amputare la gamba. Le cure proseguivano bene, e dopo qualche mese e tornò persino a giocare: prima al Fulham, in Inghilterra, poi tornò nell’Ulster, dove, al Glenavon, ottenne il già citato record. Per poche partite ha vestito anche la maglia della sua Nazionale. Non ha avuto la carta per girare l’Europa giocando a pallone, non è diventato famoso come altri britannici di quell’epoca: Charles, Greaves, Charlton, Robson… Forse avrebbe potuto esserlo, chissà, ma il calcio a Belfast raramente regala classe, troppo spesso lascia lividi. «La cosa ironica è che io ero protestante e le persone che stavano cercando di uccidermi erano protestanti, mentre Sean era cattolico».

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