Chiamarsi Rossi e segnare al Barça: una sfera impazzita per uscire dall’anonimato

C_4_articolo_2031211_upiImageppAmmettiamolo: quanti di noi, quando hanno sentito che Fausto Rossi ha castigato il Barcellona, hanno sollevato un sopracciglio con aria di spaesamento? «Fausto chi?», era la domanda che ci facevamo. I più superbi avranno finto di conoscere il ragazzo, che «sarà uno dei tanti che con quel cognome hanno battuto negli ultimi anni la A», e che, «eccerto, non ti ricordi?» ora è in Spagna a tentare fortuna. Tanti altri avranno ammesso la propria ignoranza e, con curiosità, si saranno messi a cercare qualche notizia in più su di lui, che sarà anche uno dei tanti Rossi che hanno giocato a casa nostra (e neanche il più famoso), ma per un giorno è uscito dall’anonimato del suo inflazionato cognome.

Ma la strana conta che il calcio fa – che è un grande gioco perché, Brera dixit, «il pallone è rotondo e va dove vuole» – ha scelto proprio questo ragazzo torinese, prodotto delle giovanili della Juve ma mai vicino a scendere in campo coi bianconeri né tanto meno alla Serie A (tié, non è neanche uno di quei Rossi che pensavamo). E in una sera in cui l’estenuante tiki taka del Barcellona avrebbe più ragionevolmente premiato gli arcinoti Messi, Neymar e compagnia blaugrana, a guadagnarsi i titoli sui giornali è stato invece lui. Intendiamoci, che i catalani non siano più la perfezione calcistica cui Guardiola ci aveva abituato è fatto appurato da tempo, e la classifica della Liga è lì a dircelo. Ma la classifica e i numeri dicono anche che il Valladolid, la compagine che Rossi ha scelto, nelle ultime 11 partite ha vinto solo 1 volta, e alla corsa di vertice contro Real e Atletico è costretto a preferire quella con Malaga, Rayo, Elche, Getafe, Malaga, per sudarsi uno scudetto che si chiama salvezza. E che il Barça, di solito, una squadra così se la divora: il tiki taka è un cronometro che incalza e che prima o poi passa la sua falce fatta di gol.

Qualcosa stavolta invece non è andato come ogni fattore in campo prevedeva. La stanchezza dei blaugrana ha fatto molto, ma quel che ha fatto di più, o per lo meno ha fatto la cosa decisiva, è stato Fausto Rossi. Con una rete che è uno schiaffo al tiki taka e alle strategie di gioco calcolate al millimetro: un tiro di Javi Guerra che rimpalla sulla difesa, la sfera che «va dove vuole» e finisce proprio lì, sul suo piede che quasi passa per caso. Ma caso non è, e il ragazzo sa essere deciso e convinto: tutto quello che deve mettere per fare il miracolo. Il suo.

L’ultima volta che faceva gol era quasi due anni fa, in porta non c’era Victor Valdes bensì Luca Tomasig, numero 1 all’epoca dell’Albinoleffe, squadra che Fausto affrontò con la rondine del Brescia sul petto, Serie B. E il paragone fa sorridere oggi. Chissà che sarà il futuro di questo ragazzo, se riuscirà a sfondare anche in Italia e a non rimanere uno dei tanti Rossi. Ma al di là di quel che accadrà, il suo cognome rimarrà legato alla piccola impresa di sabato, a ricordarci questo ultimo testimone dei giorni nostri di un pallone che non sai prevedere. Dove il tiki taka va in panne davanti a una sfera che schizza. E Messi deve inchinarsi di fronte ad un anonimo dal cognome inflazionato.

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