Il rugby, l’Irlanda e il successo: «Bene, e ora?». Quella volta che O’Driscoll aveva paura

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Nella mensolina in legno che correva sopra al camino, assieme alle foto in bianco e nero di alcuni parenti incorniciate con stile, ce n’era anche una a colori e senza alcun supporto, appoggiata con cura tra le altre, scattata di recente, fuori da un supermarket. Due nipoti della famiglia presso cui ero ospite a Dublino erano ritratti assieme ad un giovane Brian O’Driscoll, che avrà avuto sì e no 22-23 anni. Davanti a sé aveva ancora tutto da dimostrare, ma aveva già tra le mani la popolarità che ha accompagnato la sua carriera: già all’epoca spropositata, in poche stagioni sarebbe diventata estrema. In salotto era lì coi parenti, tra la nonna morta anni fa e il cugino andato a cercar fortuna in America. E se all’inizio il posto su quella mensola O’Driscoll se l’era guadagnato per far spazio al sorriso entusiasta dei due bambini in foto con lui, col tempo il rugbista irlandese era diventato più di casa dei nipoti, tenuto lì, tra gli affetti di famiglia, come fosse un parente, da mostrare con orgoglio a chiunque venisse a prendere il tè in salotto.

Perché O’Driscoll è stato (ed è ancora) uno di famiglia per tutta l’Irlanda, un campione che la popolarità del rugby in queste terre ha fatto entrare in tutte le case, spinto con forza da un mercato sportivo assetato di superstar da ergere a simbolo e modello, far sentire amiche ed eroi semplici per gente normale. Oggi, da quello scatto, saranno trascorsi almeno più di dieci anni e BOD (così l’acronimo che i tifosi irlandesi avevano coniato per lui, il “God” della palla ovale) ha detto basta alla maglia irlandese, lasciandosi alle spalle una caterva di record che solo a dirli servirebbe un altro Sei Nazioni, magari appassionante come quello che sabato l’Irlanda ha vinto all’ultimo. Se ne va un campione che definire tale è poco: se volessimo cercare un paragone, potremmo metterlo sullo stesso piano di Totti, nato nella capitale e sempre fedele ai colori della squadra di casa. Popolare uguale, uno cui daresti del tu se lo trovi per strada. Simile pure la popolarità della consorte, una bionda attrice della tv irlandese che esalterebbe i sogni di qualsiasi maschio, almeno quanto Ilary Blasi. Con la differenza che BOD, più del numero 10 della Roma, in Nazionale ha fatto sfracelli. E ha saputo vincere tanto: 3 Celtic League, altrettante Heineken Cup e 2 Sei Nazioni.

Eppure questo gigante di 95 chili, una montagna di muscoli che amministra il pallone con la cura con cui culli un bimbo, ma sa essere pronto a soffocarselo tra le braccia se si trova davanti un energumeno più grosso di lui che vuole strapparglielo, uno che a vederselo correre incontro si può provare la sensazione che provavano l’indiani mentre attendevano una mandria di bisonti, beh uno così una volta ha detto di avere paura. Non c’era dolore fisico a spaventarlo, ne lo spauracchio di qualche avversario. Bensì il mistero del domani, troppo difficile da interpretare per chi ha dato tutto per uno sport e ancor di più da quello ha ricevuto. E sa che prima o poi arriverà il giorno in cui il rugby lo lascerà spalle a terra, travolto da un avversario che si chiama tempo, impossibile da placare. Diceva tempo fa O’Driscoll in un’intervista al Guardian: «Quando hai fatto qualcosa per tutta la tua vita e poi all’improvviso devi dire basta, cerchi di afferrare più cose che riesci e goderti gli ultimi anni che hai. Non puoi averli indietro». E poi, la confessione: «Ho visto ragazzi in passato che hanno smesso di giocare e poi si sono detti: “Bene, e ora?”.Ecco l’idea mi spaventa molto. Non vorrei abbandonare cosa stai facendo ora, ma all’improvviso devo chiedermi come pagherò i miei mutui e come vivrò la mia vita di giorno in giorno». Un O’Driscoll sincero, non sorridente come al solito: la bocca storta in un’espressione impellentemente interrogativa.

La sua domanda era lecita, la risposta disarmante: dio ha paura. Quelle parole sono l’atto di onestà di un campione di fronte alla fine dei suoi giorni sportivi, quando capisce che nulla sarà più come prima e tutto sarà da ripensare. E davanti a quell’incognita la popolarità serve ben a poco. Così come i muscoli che hai sulle spalle, le gambe con cui hai corso, il fiato che t’ha spinto. Davanti al rugbista c’è un futuro che sa di domande che fa paura, dove non sei più O’Driscoll, ma un Brian chiunque. E sei uguale a ogni altro uomo là sul camino, assieme alla nonna scomparsa e allo zio d’America.

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