Ingesson, i ruspanti anni Novanta e la malattia: «Ma ora giudicatemi come ogni allenatore»

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«È difficile sentirsi sempre deboli», specie per chi solo 15 anni fa non riuscivi a fermarlo quando correva dalla difesa all’attacco per capovolgere un’azione, sbrogliando una fase complicata di gioco e portando la palla nel cuore delle difese avversarie. Se ci mettessimo a citare i fuoriclasse arrivati in Italia negli anni più belli della provincia del nostro calcio, i Novanta, forse non riusciremmo a parlare di Klas Ingesson. Sarebbe un azzardo metterlo assieme a gente come Zidane e Weah, Ronaldo e Batistuta, Stoichkov e Bierhoff. Eppure, il calcio freddo e pulito dello svedese era un inno al pallone di periferia del vecchio secolo di casa nostra; quello dove una ruspante neopromossa del sud, il Bari, andava a fare compere dai maestri inglesi e portava in Italia un gigante scandinavo reduce da un bronzo ai Mondiali e da una vittoria in Coppa Uefa. Lo stesso trofeo che, nel’ 99, Klas andò vicino a vincere con un’altra scomoda “provinciale” della Serie A, il Bologna, che orfano del Divin Codino Baggio inanellò un crescendo di successi e dal trofeo estivo Intertoto naufragarono solo in semifinale di coppa contro il Marsiglia

Per questo fa ancora più impressione vedere l’ex centrocampista della nazionale svedese (57 presenze e 13 reti con la selezione scandinava) sovrappeso, malato e in sedia a rotelle, mentre viene spinto da un suo collaboratore sotto la curva dei tifosi dell’Elfsborg, squadra di cui è allenatore e che ha appena battuto l’Hacken. Quarantasei anni, Ingesson dal 2008 combatte contro un mieloma, che ha l’incedere perentorio delle sue discese quand’era calciatore: l’ha sconfitto una prima volta nel 2010, nel 2012 è tornato fuori e Klas ha provato a curarlo con un trapianto di cellule staminali. Ci sono stati giorni in cui non riusciva a camminare per più di venti metri perché si stancava in fretta: «È tutto così maledettamente lento». Ora le sue ossa sono fragili per l’osteoporosi, deve girare con un deambulatore e quando qualche giorno fa un incidente negli spogliatoi gli ha spezzato un braccio Klas è stato costretto a sedersi su una carrozzina e svolgere da lì le sue mansioni da mister.

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Eppure sta meglio ora che 4 anni fa. La malattia lo ha conciato male, ma non l’ha sconfitto: lo scorso settembre ha accettato la promozione dalle giovanili alla prima squadra dell’Elfsborg, e ora ha cominciato la prima stagione da tecnico nel massimo campionato svedese. «Fisicamente e mentalmente non ho alcun problema a svolgere il mio lavoro e chiedo di essere giudicato come chiunque altro, cioè sulla base dei risultati e della mia competenza e non per la mia condizione fisica». Sarà solo il campo a dire se tutto ciò sarà possibile. Intanto, quella scena di Ingesson che taglia il campo a spinta lenta porta con sé vagonate di pensieri: che il tempo passa e gli anni d’oro (suoi e del nostro calcio) non ci son più, il volto freddo dello svedese ora è più paffuto, storto nell’espressione di chi sa soffrire, le sue lunghe leve non sanno più lanciarlo verso la porta avversaria ma rischiano di sbriciolarsi come niente. Eppure, Klas c’è. Il fisico è fiacco, la voglia no. Ed è la stessa con cui faceva il capitano al Bari, segnava i rigori a Bologna, faceva volare la Svezia ai mondiali americani con Andersson, Brolin, Dahlin. E all’Elfborg la stanno aspettando.

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