L’etica Prandelliana ha bisogno stressante di «storie belle». Ma si scorda Pepito Rossi

1400002690320prandelli-rossi

Delude particolarmente leggere le parole di Prandelli relative all’esclusione di Giuseppe Rossi. Perché si capisce fino in fondo quanto sia diventato triste il calcio di etica e gesti esteriori, simboli e moralismi che il nostro pallone predica sempre più come sua legge di vita, incurante di quella che sono le aspirazioni e i desideri dei suoi protagonisti stessi, uomini come tutti gli altri, con una filosofia di cui il ct degli Azzurri ha scelto di diventare l’emblema nei suoi 4 anni a Coverciano. Per il resto ci sarebbe poco da dire della più o meno giusta scelta dell’allenatore, che ha voluto inserire tra i pre-convocati per i Mondiali l’attaccante della Fiorentina, lasciandolo poi fuori dai 23 definitivi.

Perché Prandelli sicuramente avrà avuto le sue buone ragioni calcistiche per non portare Pepito in Brasile, perché privarsi dell’attaccante italiano più forte del momento è una scelta kamikaze, che è spiegabile solo col fatto che l’attaccante poteva offrire poche garanzie fisiche. E questo è la sacrosanta libertà di scelta di Prandelli, ct lui, mica noi. Di tutt’altro tono sono invece le spiegazioni che ieri l’allenatore di Orzinuovi ha fornito in conferenza stampa, reagendo alla rabbia dell’attaccante viola successiva all’esclusione. «Con Rossi mi sono incontrato prima di ufficializzare la lista dei 30. L’intenzione era di non inserirlo, aveva giocato poco, i tempi di recupero non erano stati rispettati, aveva giocato pochi minuti nella finale di Coppa Italia. Ho capito però che la sua storia poteva essere un messaggio per tutti. Giuseppe mi ha detto “ti sorpenderò”, io gli ho ripetuto per due volte che non sarebbe stato nei 23 ma che la sua poteva essere una bella storia da raccontare. Forse ho sbagliato, non ho avuto il coraggio in quel momento di tagliarlo ma ho accettato questa sfida, bella».

Insomma, Rossi non ha partecipato al ritiro in vista dei Mondiali perché se lo è meritato, né perché ha corso come un dannato da febbraio a maggio per recuperare, né tanto meno perché ha firmato 17 centri quest’anno e magari qualche perla poteva riservarla anche in Brasile, pur partendo con qualche acciacco dalla panchina. No, a Coverciano Pepito Rossi ci è andato perché «la sua storia poteva essere un messaggio per tutti», che poteva «essere bella da raccontare». Come dire: tu hai un sogno, te lo giochi e noi lo facciamo diventare spot. Per lo sport, per un calcio più pulito, per un’Italia più bella che ha qualcuno in cui sperare. Una volta messo in piedi il teatrino, tanti saluti: non serve più l’ardente aspirazione di un professionista di 27 anni, che è una vita che si dimena tra sfighe e infortuni e in Brasile ci sarebbe volato all’istante, trattato stavolta invece solo come un simbolo. Nel cavalcare la “storia Giuseppe Rossi” Prandelli ha dimostrato il tatto di un elefante verso l’“uomo Giuseppe Rossi”. E questo, ahimé, è lo spot peggiore che il calcio potesse ricevere.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...