Ecco il film di “Eddie the Eagle”. La storia di uno strano perdente

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La storia di Eddie the Eagle è una rima comica scritta nei versi melodici delle poesie olimpiche, ma anche l’esempio più bizzarro di cosa significhi credere fino in fondo al proprio sogno, e di come lo sport sappia trasformare uno sconfitto in vincente. È il romanzo di un nerd che potrebbe essere il tuo compagno secchione del liceo, ma che desiderava solo una cosa: partecipare ai Giochi a cinque cerchi. Dell’atleta britannico di fine anni Ottanta si torna a parlare in questi giorni: al Sundance film Festival è stata presentata la pellicola a lui dedicata. Un film che ha convinto molti critici, per quanto si prenda alcune libertà, a partire dalla figura di Bronson Peary (interpretato da Hugh Jackman), ex-campione statunitense di salto dal trampolino e allenatore in Germania di Eddie, che però nella realtà fu seguito da due trainer americani professionisti, per altro a Lake Placid.

Licenze poetiche a parte, l’abnegazione di Micheal Edwards (questo il nome dell’atleta prima che diventasse leggenda) merita di essere raccontata. Inglese di Cheltenham, sin dall’età di 13 anni scia e nutre la speranza di andare alle Olimpiadi. Nell’84 ci va vicinissimo: per poco non riesce ad entrare nella squadra britannica di discesa libera che partecipa ai giochi di Sarajevo. 21enne, non si abbatte e vola negli Stati Uniti, per allenarsi in maniera più proficua e misurarsi con un mondo sportivo ben più competitivo, quanto a sport invernali, di quello britannico. Ma per un giovane atleta amatoriale i soldi possono essere un problema, ed è proprio per questo che la strada da sciatore di Eddie è destinata a ricevere presto una virata secca: «Cominciai a cercare qualcosa di più economico da fare», raccontò anni dopo. «Ho trovato il salto col trampolino, e pensai: “Beh, la Gran Bretagna ha diversi sciatori alpini, di fondo e biathlon, ma non ha mai avuto un saltatore”». Aggiungeteci l’assenza di competizione in patria, e il piatto è pronto: Eddie ha trovato la legna per alimentare il fuoco del suo sogno olimpico.

Dev’essere iniziata più o meno così la sua carriera da uccello a planare giù dalle nevi: nessuno sponsor a sostenerlo, Eddie s’allena sui tetti dei pullman con l’equipaggiamento regalatogli dai suoi allenatori John Viscome e Chuck Berghorn, vestendo sei paia di calze per entrare negli scarponi giganti di quest’ultimo. I difetti alla vista lo costringono a usare sempre occhiali molto spessi, rendendolo quasi un personaggio fumettistico. Eppure nel giro di pochi mesi si trova a gareggiare in competizioni internazionali. E nell’88 a prendere un aereo per i giochi invernali di Calgary, affidandosi sulla regola del Cio che permetteva a ogni Paese di schierare un atleta per ogni competizione.

Fa ancor più sorridere – ma pure riflettere – la ricostruzione del momento in cui Eddie ricevette la notifica dal Cio, ancora oggi un ricordo netto nella sua testa: l’atleta s’allenava in Finlandia con la nazionale locale di salto col trampolino, ma, non avendo soldi per pagarsi un hotel, aveva chiesto ospitalità per un mese alla clinica psichiatrica dove lavorava uno dei tecnici scandinavi. Il resto è la cronaca di quella folle Olimpiade, dove appunto Micheal Edwards diventa “l’aquila Eddie”, gareggiando nelle categorie 70 e 90 metri. Muscoli insicuri, traiettoria tutt’altro che elegante, sorriso stampato in volto all’atterraggio con l’aria di chi sa che la prima vittoria, per lui, è stata arrivare sulle sue gambe alla fine della pista. Il paradosso del britannico sta tutto nei risultati: ultimo in tutte le prove, ma pur sempre record nazionale.

Così nascerà il mito. Seguito – si dice – pure dal presidente Reagan, strattonato da vari sponsor pubblicitari e atteso, al ritorno in Inghilterra, da diecimila persone all’aeroporto. Eddie scriverà un libro, inciderà pure due canzoni, ma dato che nulla è banale nella sua vita i testi saranno in finlandese. «Ma mi dà fastidio quando lo chiamano un perdente. Eddie è tutto, eccetto un perdente», dirà anni dopo la moglie. «Un perdente avrebbe mai partecipato alle Olimpiadi senza uno sponsor? Avrebbe potuto un perdente venir fuori da un Paese dove non ci sono trampolini da sci?». Come darle torto.

La parabola di Eddie the Eagle è una di quelle cartoline inattese che solo i giochi olimpici sanno spedire. Un po’ come la nazionale giamaicana di bob, o l’oro incredibile di Steven Bradbury. Eppure, all’aquila britannica il Cio giocò poi un brutto scherzo. Perché sì, la sua storia aveva dato popolarità al salto dal trampolino, ma anche messo a rischio la sacralità dei giochi olimpici. Due anni dopo, per evitare nuovi casi come il suo, verrà ridotta la partecipazione agli eventi sportivi internazionali solo agli atleti di top-ranking. Eddie tenterà altre tre volte di partecipare ai giochi, senza però farcela. «È una cosa abbastanza ironica», commenterà anni dopo, «ero diventato così popolare a Calgary poiché esemplificavo lo spirito Olimpico, ma poi venni escluso proprio per quello».

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