Gli altri Vardy. Bomber che furono lavoratori

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Godiamoci Jamie Vardy e il suo gol al Liverpool, la faccia tutt’altro che fotogenica con cui esulta e il record di Van Nistelrooy stracciato, il suo curriculum da operaio del calcio e il bel gioco del Leicester primo in classifica. Ormai tutti conoscono a memoria il passato dell’attaccante inglese, che un gol via l’altro sta spingendo le Foxes in testa a una delle Premier più sorprendenti di sempre. Quando aveva 16 anni l’attaccante fu scartato dal settore giovanile dello Sheffield Wednesday e dovette accontentarsi di una carriera nei meandri della non-league. Giocava a calcio e lavorava in fabbrica, vagava in macchina alla ricerca di un club dove poter fiorire sudandosi il suo spazio in provincia. Fino all’estate del 2012 quando – ammettiamolo –  il Leicester si prese un bel rischio spendendo 1 milione di sterline per prelevare il 25enne che, intanto, aveva fatto scintille in Conference col Fleetwood Town.

L’epilogo della storia è sotto gli occhi di tutti, là in cima alla classifica dei cannonieri del massimo campionato inglese. Eppure il paradigma del giocatore proletario non è nuovo in Premier League. Là dove il calcio si tinge sempre più di verde per i dollari (o di nero, per il petrolio), di bomber nati in fabbrica ce n’è diversi. Gente che a lungo ha pensato che forse il calcio non sarebbe stata la sua strada e così ha dovuto inventarsi qualcos’altro da fare, trovandosi un lavoro come tutti. Come fece Grant Holt, 23 reti nella massima serie inglese con il Norwich tra 2010 e 2012. Fianchi larghi e indole tutt’altro che stilnovista, accompagnò la scalata dei Canaries dalla League One fino alla Premier. Esordì nel massimo campionato inglese quando aveva 30 anni, ben ricordando dove si trovava 10 stagioni prima, ossia a vagare tra Australia e Singapore in prestito dall’Halifax Town, nella speranza di poter esplodere. Poi tornò in Inghilterra, ma sempre per riprendere il suo pellegrinaggio di prestiti. A quel punto, aveva 22 anni, dovette pure trovarsi un lavoro normale, e cominciò a montare pneumatici da un gommista. «Un giorno tentai di andare a fare un provino a Exeter (dall’altra parte dell’Inghilterra, ndr): guidai tutto il giorno verso sud, giocai bene, tornai indietro, giusto per vedere che, già il giorno dopo, dopo 10 ore di viaggio, ero stato licenziato. “Ora ne ho davvero abbastanza”, pensai a quel punto, “Non andrò mai più a nessun provino”». Come sia finito nel 2009 al Norwich pare una casualità, sfruttata però alla grande da Holt, autore di 68 reti in 4 anni in gialloverde.

Più fortunato ancora è stato Rickie Lambert, motore del ritorno in Premier del Southampton tra 2009 e 2014 (117 reti in 5 anni) e non altrettanto convincente quando poi è stato chiamato dal Liverpool. Bomber a esplosione ritardata, gli è toccato il privilegio di arrivare in Nazionale alla tenera età di 31 anni, segnando per altro due gol nelle prime due apparizioni ufficiali. Pure il suo passato è fatto di contratti mensili e stipendi risicati. A un certo punto Lambert si è messo pure a raccogliere barbabietole per un’azienda agricola del Merseyside: a fine giornata portava a casa 20 sterline, come ogni operaio. Il Macclesfield poi gli offrì un posto in squadra: un’ora di treno ad andare e una a tornare. Ma Lambert non poteva rifiutare: «Ero combattuto su cosa avrei potuto fare al di fuori del calcio. Ma non volevo fare nient’altro che quello, quindi cercavo di dare il massimo per allenarmi col Macclesfield, anche se non era vicino a casa. Erano momenti difficili, ma non ho mai pensato per un secondo di smettere di giocare a pallone».

Poi c’è Dwight Gayle, più giovane dei due “colleghi” Holt e Lambert. Il 26enne inglese è arrivato nel 2013 al Crystal Palace, neopromosso in Premier League. Quando ha trovato il primo gol con le aquile di Londra ha raccontato la sua storia. Solo due anni prima giocava in Conference North, tentando di riscattare un percorso calcistico che prometteva bene all’Arsenal, salvo poi essere parzialmente interrotto quando i Gunners, a 12 anni, lo avevano tagliato perché troppo minuto di fisico. Aveva studiato per poi iniziare a lavorare come carpentiere: guadagnava 200 sterline alla settimana per arrotondare ciò che prendeva allo Stansted. Poi il passaggio al Dag&Red, in League Two, associato ad un nuovo lavoro: commesso in un fish and chips. «Mi dovevo svegliare alle 5 del mattino, gran parte dei giorni».

È lo stesso Gayle ad ammettere che nelle categorie minori inglesi c’è una gran selva di buoni giocatori che aspettano di esplodere. Magari non saranno dotati di grande classe, ma un po’ sperano sempre che arrivi il loro giorno, palleggiando tra campo e lavoro nell’attesa di un salto tra i professionisti pure quando l’età parrebbe negarglielo. Ma le carriere tardive di Vardy e di quelli come lui dimostrano anche come, tante volte, l’efficienza delle Academy calcistiche britanniche abbia avuto degli abbagli. In Inghilterra è ormai da qualche anno che ci si chiede se, forse, non si stia dando troppo spazio a calciatori stranieri, tanto in Premier quanto nei settori giovanili. Con un conseguente abbassamento del valore della Nazionale.

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