Salvate il soldato Carey. Il primo a sconfiggere gli inglesi a casa loro

Carey

Salvate il soldato Carey. O Cario, se è vera la leggenda che vuole che il calciatore irlandese, durante la Seconda Guerra Mondiale arruolato con l’esercito britannico, fosse rimasto in Italia dopo aver contribuito alla liberazione del nostro Paese, italianizzando il suo cognome e trovando spazio pure in alcuni club locali. L’aneddoto purtroppo trova poche conferme, lasciando però un velo nostalgico di mito alla storia di questo spalluto difensore di Dublino, per 17 anni in forza al Manchester United e primo capitano dei Red Devils di Matt Busby.

Quelli del secondo conflitto mondiale sono anni turbolenti pure per il calcio. In Inghilterra i campionati nazionali subirono interruzioni e furono sostituiti da leghe regionali, e molti club furono impoveriti dalla partenza per il fronte di alcuni loro giocatori. Carey, nato e cresciuto a Dublino, era arrivato allo United nel ’36, e sebbene nel ’40 la sua famiglia lo avesse invitato a rientrare nella neutrale Irlanda, lui accettò comunque di andare in guerra con gli inglesi, spiegando che sarebbe stato «lodevole combattere per una terra che mi ha dato da vivere». Oltre alla campagna in Italia, prese parte pure a quella in Nord Africa, trovando comunque il tempo di giocare, in quegli stessi anni, numerose gare con lo United e di comparire pure in altre squadre inglesi.

Ma è dopo la guerra che il soldato Carey avrebbe trovato un nuovo campo di battaglia, ben più glorioso. Quello del Manchester United, che guidò alla rinascita dopo la guerra: lontano dall’Old Trafford (danneggiato dai bombardamenti nazisti) i Red Devils vinsero una FA Cup e ottennero quattro secondi posti in campionato, per poi finalmente nel ’52 vincere il titolo. Si costruivano così le basi per i successi dei Busby Babes che nel giro di pochi anni avrebbero reso celebre in tutta Europa la maglia rossa del club Mancunian. Quando però arriveranno Best e Charlton, Carey si è già ritirato da un pezzo, non prima però di aver guidato pure la sua nazionale, l’Irlanda, in uno dei match più gloriosi della sua storia.

L’anno è il 1949, lo stadio il Goodison Park di Liverpool, dove la Green Army sconfisse a sorpresa proprio l’Inghilterra, per la prima volta nella sua storia battuta tra le mura amiche da un club non britannico, ben quattro anni prima del clamoroso 3-6 che i Three Lions subiranno a Wembley per mano dell’Ungheria. Ebbene sì, forse il primo colpo d’ascia all’altezzosità degli inglesi – che siccome avevano inventato il calcio si ritenevano superiori al resto del mondo, tanto da non voler partecipare alle prime edizioni dei Mondiali – fu data proprio da quei contadini degli irlandesi, poco avvezzi, si pensava, al calcio e troppo spesso sottovalutati. La partita terminò 2-0 grazie ai gol di Con Martin e Peter Farrell, e gran parte del gioco irlandese ruotò attorno alla leadership di Carey.

Il match arrivò in un momento cardine anche per la storia della nazionale irlandese, espressione calcistica di una terra che solo nel ’48 aveva ricevuto il completo affrancamento dall’Inghilterra. Il pallone qui soffriva di due attriti fastidiosi, entrambi con il Nord Irlanda vicino di casa. Livori e questioni all’apparenza sottili, ma decisive. Il primo era relativo al nome con cui chiamarsi: la federazione calcistica di Belfast (la IFA) era infatti nata per prima (1880), e per questo era la Irish Football Association, senza alcuna distinzione di confine. Tale caratterizzazione era rimasta anche alla nascita della repubblica irlandese: la federazione di Dublino fu così costretta a chiamarsi FAIFS, Football Association of Irish Free State. Nel ’23 venne riconosciuta dalla Fifa con tale nome, poté anche partecipare alle Olimpiadi del ’24, ma nulla le permise di appropriarsi del nome “Irlanda”, che forse spettava più a lei che ai rivali di Belfast, tutt’altro che intenti a cedere tale privilegio. Ma questo era solo il problema esteriore. Ben più calda era invece la questione relativa alle convocazioni: entrambe le federazioni pretendevano infatti di avere il diritto di poter chiamare giocatori di tutto il territorio irlandese, pure qui senza distinguere confini, “rubando” spesso i migliori ai vicini di casa. E se raramente capitava che ragazzi nati a Belfast decidessero di giocare per la Green Army di Dublino, molto più frequentemente capitava il contrario.

Alla fine saranno ben 38 i giocatori che indosseranno entrambe le maglie, tra cui lo stesso Johnny Carey. 9 volte in campo col Nord Irlanda, 29 con l’Armata verde di Dublino, che a Liverpool scrisse la storia e, in forza anche di questo successo, ottenne la giusta considerazione degli inglesi per poter arrivare, nel ’53, ad essere battezzata in via definitiva “Repubblic of Ireland” dalla Fifa. In quell’anno l’ente calcistico mondiale scelse pure di “blindare” i confini e di non ammettere più doppie convocazioni. Ma intanto Carey aveva ottenuto già la gioia più bella della sua vita. Con la nazionale di casa sua.

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