Maradona che non lo erano

sonny pikeMaradona che non lo erano. O che non lo sono diventati, perché da piccolissimi esaltati come futuri campioncini ma poi smarriti lungo il percorso di maturazione. Sono storie che fanno riflettere di come la vita tanto riesca a dare quanto togliere, ma al tempo stesso pongono domande su come alla narrazione sportiva più di largo consumo occorrano etichette da appiccicare in fretta. Eccolo quindi il nuovo Ronaldo, il nuovo Vieira, il nuovo Rooney, il nuovo Buffon, il nuovo Pelé… Appellativi onerosi, che pesano da matti su chi deve ancora farsi, talvolta pure schiacciandolo. In un mondo che non risparmia schiaffi e soffocamenti, dove prima che alla maturazione di un ragazzo si guarda a quella del suo talento.

È il caso di Sonny Pike (nella foto), di cui l’Inghilterra è tornata a parlare in questi giorni dopo che l’ex-campioncino britannico ha rilasciato un’intervista a Talk Sport. Da bambino segna reti a valanga e in tanti si accorgono di lui: si parla del nuovo Maradona, o per restare in tema di idoli britannici, del nuovo Best. Addirittura l’Ajax, uno dei migliori settori giovanili degli anni Novanta, si mette sulle sue tracce. Praticamente ci si aspettava soltanto che esplodesse, e già a 14-15 anni il ragazzo aveva stretto accordi pubblicitari con McDonald’s, Coca Cola, Paul Smith e Mizuno. Gira le tv, viene ripreso, fa interviste… Le sue gambe erano assicurate per 1 milione di sterline, e non si sono rotte mai. Ma ciò che si è rotto prima di arrivare alla vera esplosione è stata la sua tenuta mentale. Inseguito dai procuratori e schiacciato dalle ambizioni dei genitori (specie del padre), il ragazzo già a 17 anni aveva perso la voglia di giocare: «All’epoca avevo istinti suicidi». Finché ad un certo punto è sparito dai radar del calcio per inseguire una vita normale: ha studiato per diventare carpentiere, mentre ora fa il taxista, godendosi all’età di 33 anni la compagnia di sua moglie e delle sue due bambine. «Non dico che questa storia non ha avuto un bel finale per me. Sono così felice ora con i miei figli. Grazie alla mia esperienza loro potranno avere un buon padre, qualcuno che farà del suo meglio per loro. Le cose sono finite al meglio, ma c’è una lezione da imparare».

Calcisticamente parlando è andata meglio a Vincenzo Sarno, che per lo meno è rimasto nel mondo del pallone e adesso fa il giocatore professionista in Serie C: 28 anni, ora corre per il Foggia. La sua vicenda, in Italia, è arcinota: nel ’99 il ragazzo ha soltanto 11 anni e dalla provincia di Napoli passa al Torino per 120 milioni di lire. Non mancano le perplessità per un trasferimento così oneroso per chi è poco più che un bambino. Che però in granata ci rimane pochissimo, solo 3 mesi, per poi tornare subito a casa. Tre anni dopo passerà agli allievi della Roma, ci rimane altre 3 stagioni ma poi si svincola e comincia a girare per la Lega Pro. La cosa che stupisce, oggi, è la fatica che Sarno fa a parlare della sua crescita calcistica e della botta mediatica che, giovanissimo, si trovò a vivere: «Ho cominciato a capire più tardi, a partire dai sedici anni. Per me è ormai un passato remoto, non ho piacere a parlarne e talvolta faccio fatica anche a ricordare quei momenti», confidava nel 2014 a un portale napoletano. Vincenzo parla come se gli sia stato rubato qualcosa di prezioso :«Il calcio non mi ha aiutato tanto. Ho subito troppe pressioni e sentito davvero troppe “cazzate” come ad esempio l’etichetta di nuova Maradona, Diego è unico e solo, non ce ne sarà un altro. Magari crescendo normalmente sarei diverso, il calcio mi ha tolto serenità, così come la presenza di procuratori e personaggi che non voglio nemmeno nominare».

Quanto a nuovi Pelé, invece, c’è Freddy Adu. Che oggi vorrebbe lavarselo via quel soprannome che gli fu assegnato quando aveva soltanto 14 anni e gli fu fatto firmare il più giovane contratto da professionista degli Stati Uniti. «Non posso controllare, chiaramente, ciò che la gente dice. Non è stata una mia scelta o decisione essere comparato a Pelé». La cronaca parla di un adolescente muscoloso, arrivato negli Usa dal Ghana dopo che la famiglia vinse una green card. Gioca a calcio in maniera favolosa, tanto che pure Inter e Manchester United lo vorrebbero. Lui però rimane negli Usa, e quando arriva in Europa – al Benfica – per fare il grande salto qualcosa va storto. Morale: oggi Adu ha 26 anni e ha già giocato in Stati Uniti, Portogallo, Francia, Grecia, Turchia, Brasile, Serbia e Finlandia, prima di tornare, nel 2015, in Florida. Una continua peregrinazione alla ricerca della squadra giusta, l’allenatore che sapesse valorizzarlo, la città dove potersi sentire a casa. 10 anni fa attraeva copertine di giornali e sponsor, che oggi invece sembrano non curarsi troppo di lui. «Ho guardato indietro a questi anni, e ho bruciato tantisimo tempo, molti anni della mia carriera senza dedicare il tempo che dovevo allo sport», ha raccontato a Goal.com. «Per fortuna per me, ho iniziato la carriera talmente presto che aver bruciato il tempo non significa che ho 33 o 34 anni. Ho solo 26 anni, posso cambiare e correggere le cose sbagliate che ho fatto».

Chi invece col calcio ha voluto dire del tutto basta è Martin Bengtsson, svedese classe 1986. Il suo nome lo abbiamo letto pure in Italia all’inizio degli anni Duemila: l’Inter infatti lo prese da un club scandinavo dopo che, a soli 15 anni, il ragazzo aveva già giocato alcune gare nella massima divisione di casa. Coi nerazzurri esordì alla grande: Martin andò al torneo di Viareggio e fece tre gol in cinque partite. Poi i riflettori si allontanarono un poco da lui, per ritornarci nel momento peggiore. Un martedì mattina il ragazzo fece partire un disco di David Bowie e si tagliò le vene con un rasoio. A salvarlo fu la donna delle pulizie che diede l’allarme, poi i medici del Niguarda che lo soccorsero. «Sei solo, lontano da casa e hai già sperimentato soldi e successo: puoi perdere l’equilibrio. Le aspettative stritolano. La depressione è la prima minaccia per un giovane calciatore», è stato lo stesso Bengtsson a raccontare i suoi mesi a Milano, in un libro pubblicato nel 2007. È un testo dove viene fuori la metà più buia del pallone, quella di un mondo sempre sotto i riflettori che, dopo un po’, possono portare al soffocamento. «Il sistema calcio ti tratta come una macchina: se non funzioni, avanti un altro. Io ho capito di non funzionare e ho pensato al suicidio».

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