Oscar Traynor: portiere e ribelle irlandese

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Diceva che il calcio «è uno sport celtico, puro e semplice, che affonda le sue radici nelle Highlands scozzesi», e al diavolo se forse l’affermazione a livello storico lascia più di una perplessità. Per Oscar Traynor ogni ragione era valida per difendere il pallone, lo sport che tanto amava, e che nell’Irlanda degli anni Venti era ancora catalogato come “garrison game”, una di quelle discipline che sull’isola erano arrivate grazie agli occupanti inglesi, e che per alcuni non doveva nemmeno essere giocata. Eppure, un secolo dopo, si può dire che Traynor abbia vinto la sua partita, se il calcio in Irlanda è diventato a tutti gli effetti sport popolare (certo, mai al pari delle discipline gaeliche, con cui però ora convive alla perfezione), con un campionato in crescita e una nazionale ruspante. Che venerdì sera, nell’amichevole contro la Svizzera, ha voluto ricordare la straordinaria figura di questo calciatore e dirigente, le cui effige era stampata su tutti i programme distribuiti all’ingresso dello stadio.

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Faccia pulita e filiforme, capelli che narrano l’eleganza di un’altra epoca, sul libretto della gara Traynor indossa una maglia a righe biancoverdi, quella del Belfast Celtic. Della squadra cattolica nord-irlandese fu il portiere tra il 1910 e il 1912, anni gloriosi per il club che vinse in pochi mesi Gold Cup e Charity Cup, per poi imbarcarsi in un tour europeo (il primo di una compagine britannica) che l’avrebbe portato a Praga per alcune gare di esibizione (con ottimi risultati, 5 vittorie su 6). Ma in breve tempo Oscar avrebbe lasciato Belfast per tornare nella sua città natale, Dublino. Il richiamo, stavolta, non era sportivo, bensì patriottico: dopo il Bachelor Walk Massacre (quando l’esercito inglese uccise 38 civili irlandesi) scelse di arruolarsi tra gli Irish Volunteer. Nel giro di due anni – era il 1916 – Traynor prese parte al primo tentativo di proclamare una Repubblica Irlandese attraverso la Rivolta di Pasqua. Come è noto, l’insurrezione durò solo 5 giorni e fu soppressa nel sangue dall’esercito britannico: Traynor fu catturato e deportato in Galles, nel campo di prigionia di Frongoch, dove molti altri ribelli erano stati reclusi.

Nel 1922 l’Irlanda divenne indipendente, ma l’accordo stipulato con l’Inghilterra scontentò molti dei combattenti, tra cui lo stesso Traynor: iniziarono due anni di guerra civile, durante i quali l’ex-portiere del Belfast Celtic rimase un punto di riferimento della Dublin Brigade dell’Ira, partecipò a diverse azioni di guerriglia per poi essere catturato e finire un’altra volta in carcere. Calciatore, ribelle, politico e repubblicano, Traynor ha sempre vissuto la sua vita in barricata, da combattente, senza mai indietreggiare di fronte all’avversario che si trovava davanti, fosse stato un attaccante o un militare inglese.

Non cambiò atteggiamento quando tornò libero, accompagnando l’ascesa della nuova nazione, appena nata. Divenne Ministro delle Poste, Ministro della Difesa e poi Ministro della Giustizia, per poi ricoprire il ruolo di presidente della federazione calcistica irlandese dal ’48 al ’63. Come detto, era il calcio il suo primo amore, una disciplina che per forza faceva rima con Londra, e per questo vista con scetticismo in molti ambienti irlandesi. Nonostante ciò, il pallone riusciva a suscitare interesse crescente tra la gente, e fu anche il lavoro di Traynor che salvò questo sport dall’ostracismo. Pog Mo Goal cita un articolo che Oscar scrisse nel ’28 su Football Sports Weekly, in cui, ad esempio, elogiava Kevin Barry, giovane giocatore di rugby e cricket (altri due sport britannici) impiccato dagli inglesi nel 1920. Ma ancor di più il suo era un elogio dell’associazione calcistica irlandese, con un riferimento a tanti ufficiali del movimento repubblicano, appassionati sostenitori degli sport britannici «e non ho mai sentito nessuno scusarsi per questo».

Per far capire com’era il clima in Irlanda intorno al calcio, basti pensare a quanto accadde nel ’38: il presidente della repubblica Douglas Hyde mandò su tutte le furie la GAA (organo che gestisce gli sport gaelici) per aver partecipato a una gara della nazionale irlandese di calcio contro la Polonia, proprio a fianco di Oscar Traynor. Hyde fu rimosso da patron dell’associazione sulla base della “Rule 27”, che puniva chiunque promuoveva discipline sportive di origine britannica. In realtà, la scelta della GAA fu molto criticata dall’opinione pubblica, a partire dall’Irish Times, che scrisse: «La loro piccola vittoria sul presidente Hyde è una vittoria di Pirro, poiché il capo di Stato continuerà a essere rappresentante di tutte le persone, e non solo di una cricca, per quanto grande possa essere».

Ma Traynor andò sempre avanti con il suo lavoro, dando sempre più autorevolezza al calcio e portando anche la Nazionale irlandese a ottenere riconoscimento internazionale. Nel ’55 l’ex portiere del Belfast Celtic si trovò a far guerra pure a un vescovo, John Charles McQuaid, capo della Chiesa di Dublino e primate d’Irlanda dal’40 al ’72. L’episodio, curioso tanto quanto vero, rispecchia qual era il clima che si respirava in Irlanda all’epoca. Il religioso non tollerava infatti che a Dalymount Park venisse ospitata una nazionale comunista, quella iugoslava, e invitò tutti i tifosi a disertare la partita. Fu una vera e propria campagna: con lui schierarono pure Eamon de Valera e Philip Greene, cronista storico delle gare dell’Irlanda, che annunciò che non si sarebbe presentato alla partita. Alla fine, sugli spalti c’erano solo 20mila persone. Ma Traynor tirò dritto: «La nostra azione è sempre stata fatta a carte scoperte e in amicizia, continueremo sulla nostra strada». 

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