O’Connell, l’irlandese sconosciuto che salvò il Barcellona negli anni Trenta

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Windsor Park rende omaggio a Patrick O’Connell, il don Patricio del calcio irlandese che «salvò» letteralmente il Barcellona dal regime di Francisco Franco. Un busto in bronzo è stato posizionato ieri all’interno dello stadio di Belfast, per ricordare lo sportivo nord-irlandese, cui già nel 2015 fu dedicato un murales su Falls Road, il quartiere cattolico più popolare della capitale dell’Ulster.

Questo l’articolo che all’epoca scrissi per Bergamopost (12 agosto 2015)

Parlano i muri di Belfast, raccontando i sogni e le tragedie, i drammi e gli eroi di una città spaccata da un secolo e più di divisioni. Da ieri, un nuovo murales è stato svelato a chi passeggia su Falls Road, il quartiere cattolico più popolare. E non parla di repubblicani o unionisti, né di rivendicazioni irlandesi o britanniche. È un omaggio a Patrick O’Connell, ex-calciatore di inizio Novecento nato a Dublino ma che qui mosse i primi passi sportivi, disputando alcune gare col Belfast Celtic. Un cattolico che giocava lo sport inglese per eccellenza. Da queste parti è conosciuto, ma solo ai cultori della disciplina, pochi a dire il vero. Nel resto d’Europa il suo nome è ancora meno noto, eccetto in una città, Barcellona. Nella città spagnola se oggi esiste la squadra di calcio più forte al mondo è anche grazie a lui, ribattezzato in terra catalana don Patricio. La sua storia sa di mito e corre tra i disastri e le guerre del XX secolo. Le sue poche foto si perdono tra gli stadi in bianco e nero, i pantaloncini ascellari e gli abiti d’annata. Ma tutto quello che si scrive di lui è vero, come la triste fine che gli toccò nel ’59, quando morì povero a Londra per una polmonite e fu sepolto senza nome in un cimitero della città.

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La sua crescita calcistica. E pensare che la gioventù di Patrick O’Connell era stata promettente e ambiziosa, come lo spirito di una terra, l’Irlanda, che proprio in quegli anni spingeva per diventare indipendente ed essere finalmente libera dagli inglesi. Fu nel vestire la maglia della sua nazionale (non ancora autonoma da Londra) che cominciò l’ascesa di O’Connell: nella British Home Championship del 1914 si mise in mostra guidando la rappresentativa irlandese al successo, scendendo in campo, una volta, pure con un braccio rotto. All’epoca, O’Connell aveva già abbandonato il neonato campionato irlandese per quello, ben più gradevole, inglese: vestì le maglie di Sheffield Wednesday, Hull, Manchester United… Ma dopo poco la Prima Guerra Mondiale avrebbe scompigliato tutte le carte, portando Patrick a Londra a lavorare in una fabbrica di munizioni, dividendo una camera col fratello Larry.

Allenatore in Spagna. Di lui, poi, in terra anglofona si persero le tracce, e quel talento che i fuochi bellici avevano soffocato in Inghilterra ebbe la fortuna di sbocciare, più florido e maturo, sulle calde panchine della Spagna. Qui fu allenatore dal 1922 al 1949: esordì al Racing Santander, trascorse un paio di stagioni all’Oviedo, poi riuscì nell’impresa. Prese in Seconda Divisione la guida del Betis, il club meno noto di Siviglia, una ciurma di operai e lavoratori offuscati dai ben più blasonati concittadini biancorossi. In quattro anni, i biancoverdi passarono dalla Serie B spagnola alla massima divisione, riuscendo a vincere il primo e unico titolo della loro storia. E il successo era soprattutto grazie a lui, Don Patricio, bravo ad amalgamare un gruppo che giocava a calcio come dopolavoro, in un club che non sapeva offrire stipendi alti ma che di mese in mese si scopriva sempre più affiatato.

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Il Barcellona e gli anni Trenta. Fu questo il pass che spinse O’Connell a Barcellona. Ma erano gli anni peggiori per essere parte del club blaugrana, in un periodo in cui già soffiavano i venti rigidi che di lì a poco avrebbero portato alla guerra civile spagnola. A luglio del ’36 il conflitto cominciò: nemmeno un mese dopo fu ucciso dalle forze franchiste Josep Sunyol, attivista catalano e presidente del Barcellona, proprio colui che aveva portato O’Connell in blaugrana. In quelle settimane il tecnico irlandese era in patria per le vacanze, gli fu scritto che se non se la fosse sentita di tornare in Spagna il club lo avrebbe compreso. Lui invece tornò, sebbene l’incalzare della guerra mise alle strette il Barça, squadra espressione di una regione all’epoca repubblicana, e punita anche per aver partecipato ad una divisione calcistica regionale mentre il campionato nazionale era fermo. In pochi mesi la squadra si trovò sull’orlo della bancarotta: le tensioni non accennavano a smettere, i suoi conti economici furono congelati. Una speranza, però, arrivò dal Messico, e O’Connell fu coraggioso nel coglierla.

La tournée in Messico. Un uomo d’affari catalano, Manuel Mas Soriano, era infatti emigrato in questa terra, e invitò il suo club del cuore a fare un tour sportivo nel Paese: il governo socialista era infatti ostile a Francisco Franco, e avrebbe accolto volentieri il Barcellona. O’Connell radunò tutti, giocatori e staff, e salpò verso il Messico: qui giocò sei gare di esibizione, cui si aggiunsero altre quattro partite negli Stati Uniti. La campagna costò al Barça praticamente tutti i suoi giocatori: molti chiesero asilo politico nel Nuovo Mondo, altri si fermarono in Francia al ritorno. Don Patriciorientrò a Barcellona con soltanto quattro atleti. Ma in tasca aveva una fortuna. Le amichevoli giocate avevano reso bene, e ciò garantì ai blaugrana la sopravvivenza.

La sua morte a Londra. La storia vorrà poi che O’Connell tornerà in Irlanda, per poi riallenare ancora in Spagna dopo la Seconda Guerra Mondiale. Ma l’epilogo dei suoi giorni fu amaro e tutt’altro degno dell’affetto con cui, ovunque era stato ad allenare, veniva ricordato. A Siviglia allenò l’altro club della città, ma questo non gli tolse l’attaccamento dei tifosi del Betis che, quando scoprirono che Don Patricio era rimasto senza soldi, lo aiutarono organizzando un match benefico. Sempre a Siviglia si sposò una seconda volta, e quando il figlio avuto da un primo matrimonio in Inghilterra lo venne a cercare, Patrick fece finta di non riconoscerlo, presentandolo a tutti come un suo nipote. Anni dopo, però, tornò a vivere a Londra, da solo: si sa soltanto che morì in indigenza per una polmonite, sepolto in una tomba senza nome. Sotto quella lastra gelida finirono gli incredibili successi umani e sportivi di quest’uomo, troppo poco conosciuti oggi. Per raccontarli, è nata poco tempo fa una fondazione, la stessa che ha voluto realizzare il murales a Belfast, là dove la carriera calcistica di O’Connell è cominciata. Al centro dell’immagine, proprio lui, Lionel Messi. Perché se oggi il Barcellona può vantare il talento più forte al mondo e vincere trofei ogni stagione è anche grazie a chi, dall’Irlanda, ottant’anni fa, non temette Francisco Franco.

 

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