Irlanda-Inghilterra, un secolo con vista stadio

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L’aria fredda di Dublino sa essere pungente anche a inizio giugno, in quelle domeniche mattine limpide e luminose dove si direbbe che pure le nuvole si sono prese un giorno di ferie. Il cielo è terso, il sole fa a botte col vento per rendere un po’ più tiepida l’aria, cui occorre l’ora del pranzo per perdere quella fastidiosa voglia di entrare nelle aperture della giacca, a stuzzicare i punti più profondi del corpo rimasti ancora avvolti nel calore delle coperte. Il silenzio domina il centro di una città che, solo qualche ora prima, era invasa da compagnie e bicchieri, birra e vociare. A far rumore, in quella domenica mattina del 7 giugno 2015, c’è solo il fischio della brezza, che spazza le vie del centro e corre verso le acque del Liffey. Un soffio fresco che però deve alzare bandiera bianca davanti al fetido odore di vomito che si alza da alcuni angoli delle strade. È un retaggio della sera prima, un must per chi si trova a passeggiare per la capitale irlandese poche ore dopo la chiusura dei pub, l’indomani delle notti più festose. Lo sanno gli spazzini che quello lì è il turno peggiore per lavorare in centro, ma quel giorno accettano di buon grado quegli omaggi: «Non ci sono bottiglie rotte, in fondo ci è andata bene», scherza uno di loro. È il week end degli hooligans, d’altronde, i giorni in cui i celebri teppisti inglesi sono attesi in Irlanda. E se le tracce del loro passaggio sono da ridurre a quei rigurgiti sciacquati via dalle spazzole delle autospazzatrici, beh, allora Dublino può dirsi fortunata.

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E in effetti lo sarà anche a fine giornata, al termine di quell’amichevole tra Irlanda e Inghilterra che ha riportato i Three Lions a giocare sul suolo dello smeraldo verde per la prima volta dopo 20 anni. Un altro precedente c’era stato due anni prima, ma si era giocato a Wembley, altra storia. Quello che invece ricordano tutti i più anziani, tanto sugli spalti quanto nel numeroso corpo dei netturbini dublinesi, era quanto accaduto due decenni indietro. Era il 15 febbraio del 1995, e la gara amichevole tra le due nazionali veniva interrotta al 27esimo del primo tempo, per le intemperanze dei tifosi ospiti. La “Lansdowne road football riot” era stata una serata terribile: fischi irlandesi all’inno britannico da una parte, cori ingiuriosi contro l’Ira dall’altro, lancio di oggetti, seggiolini divelti… Un clima livido che si temeva potesse ripetersi anche nel match del 2015, in un’atmosfera catalizzata di attenzioni dai paginoni dei giornali. Qualcuno annunciava una nuova invasione britannica sulle rive del Liffey, qualcun altro dava enfasi ai cori contro gli irlandesi echeggiati, pochi mesi prima, nelle gare che avevano visto protagonista l’Inghilterra contro Lituania e Italia. La polizia si era preparata, presidiando ogni angolo del centro città sin dai giorni precedenti, e da Londra erano stati spediti svariati agenti a supporto della Garda di Dublino. E poi c’era chi, come l’agenzia di scommesse Paddy Power, aveva provato a scherzare sul clima di tensione: con un pizzico di vena commerciale aveva allestito una delle sue ricevitorie della capitale irlandese apposta per gli hooligans, con la plastica da imballaggio a “proteggere” insegne, vetrine, arredi.

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Ma appunto, nulla di tutto ciò servirà, in un pomeriggio che trascorre tranquillo e pacifico fuori dallo stadio, con abbondanti birre in strada, fish & chips nei pub, maglie bianche e verdi restie a mescolarsi ma, in fondo, conviventi senza troppi problemi. Quanto al campo, lo spettacolo è pietoso, coi bookmakers che il giorno dopo dovranno pagare il risultato più inflazionato, lo 0-0. Il finale della stagione ha lasciato ancora le gambe dure a tanti dei giocatori in campo, mentre flaccide sono le ambizioni che può stuzzicare un’amichevole internazionale di inizio giugno, giocata per di più l’indomani della finale di Champions, epilogo del calcio europeo che conta. Così i 90 minuti dell’Aviva Stadium scorrono via senza particolari azioni degne di nota, tra gran cavalcate degli esterni irlandesi mai concretizzate, rare intuizioni dei gioielli inglesi, portieri disoccupati, occhiali da sole, tifosi sedentari e abbondanti sbadigli. Dalla curva inglese s’alza un coro di sfottò per gli irlandesi, ma Ira e Troubles non c’entrano: “Sepp Blatter, he paid for your ground”, gridano i tanto temuti hooligans, motteggiando il calcio irlandese che – si era scoperto proprio in quei giorni – era stato “omaggiato” dal numero uno del calcio mondiale con un assegno da 5 milioni di euro. Era quello il “compenso” per aver rinunciato a procedere con un’azione legale sul fallo di mano di Thierry Henry in quel famoso Francia-Irlanda del 2009, che aveva tolto alla Green Army di Trapattoni il Mondiale sudafricano, a pochi centimetri dalla qualificazione.

Nella noia di inizio giugno dell’Aviva Stadium c’è un solo un momento in cui l’entusiasta pubblico irlandese riesce a tributare il suo generoso applauso con onestà: è l’ingresso in campo, poco prima dell’inizio del match, di un signore 80enne dal sorriso lieto e lo sguardo ancora arzillo. Nonostante l’età, il lungo profilo del volto è ancora quello caro a molti dei presenti, e tutti scattano in piedi quando le viscere dello stadio sputano fuori nientemeno che Jack Charlton, fratello del più noto Bobby. Al suo nome è legata l’epopea più bella della Nazionale irlandese, dieci anni tra ’86 e ’96 in cui la Green Army è andata per la prima volta ai Mondiali e agli Europei, togliendosi anche lo sfizio di battere, manco a farlo apposta, l’Inghilterra, e pure l’Italia. Vent’anni sono trascorsi anche da quel periodo, eppure il popolo calcistico di Dublino non si è scordato di lui, né della sua fedelissima coppola, indossata con gagliardia davanti alla festa dell’Aviva, a rendere tutto un po’ meno formale.

E fa impallidire il pensiero che vent’anni prima lo stesso Charlton, con quella stessa coppola, in quello stesso stadio (che allora si chiamava Lansdowne Road ed era un po’ più grezzo del gioiello che è oggi) non trovava un mare di applausi, ma tanti insulti, quelli pesanti che i tifosi inglesi gli tributarono all’apice di quel precedente impazzito. «Judas, Judas, Judas!», gli gridarono quando tentò di calmare gli animi degli ospiti, prima di lasciare il campo inviperito. C’è un video che lo riprende mentre con stizza prende per la giacca un tifoso appena entrato in campo (si direbbe irlandese), vomitandogli addosso, con rabbia, una decina di «Go home! Go home!». Quel momento è la cartolina più emblematica dell’isteria collettiva della serata, rovinata dalla pazzia degli hooligans inglesi e surriscaldata anche dai tifosi di casa.

Come detto, tutto era cominciato agli inni nazionali. Quello britannico fu deriso dagli irlandesi, sebbene fosse la prima volta che venisse suonato in una gara di calcio a Dublino dal 1964. Dall’altra parte, gli inglesi risposero coi loro«Rule Britannia», e «No surrender to the Ira». Un messaggio chiaro, quest’ultimo, con un coro che secondo molti ha un’origine legata ad uno dei periodi più tristi del pallone britannico, ovvero gli anni successivi alla strage dell’Heysel. Dopo quella tragedia, per diverse stagioni ai club inglesi fu interdetto l’accesso alle competizioni europee, così numerosi hooligans iniziarono a seguire i Rangers, club scozzese espressione della comunità protestante di Glasgow, che invece nel Vecchio Continente era libero di giocare. Qui l’influenza lealista e l’interesse per ciò che accadeva a Belfast erano sempre grandi, e in questo modo sarebbe arrivata anche sulle gradinate inglesi l’odio tanto rabbioso verso l’Ira e il popolo irlandese, tradotta poi in quel canto.

Ma se fosse stato solo per i cori minacciosi, la cronaca non sarebbe stata tanto diversa da quella di altre gare della Nazionale inglese. Il peggio arrivò poco dopo l’inizio del match: al 22esimo ci fu la rete del vantaggio dei padroni di casa con David Kelly, ironia della sorte uno degli otto irlandesi in campo nati in realtà sul suolo inglese. Poco dopo, un altro gol venne giustamente annullato agli ospiti. E per gli hooligans quello fu il pretesto per cominciare ad andare più in là degli insulti: i seggiolini vennero divelti dal secondo anello della West Stand e lanciati verso il campo, sputi e oggetti di ogni sorta furono indirizzati verso gli irlandesi che, di fianco a loro, avevano osato esultare per la rete della loro squadra. Il tutto accadeva sotto gli occhi attoniti di solo due agenti di polizia, scrisse il giorno dopo Tom Humphries sull’Irish Times.

E in effetti, per molti, in quello che accadde quella sera a Lansdowne Road c’erano anche grosse responsabilità delle autorità di Dublino, fin troppo leggere nella gestione del match. Su tutti, l’errore era stato uno: i biglietti spediti in Inghilterra non erano stati assegnati in toto, e gli invenduti erano stati rispediti in Irlanda, per essere inseriti nuovamente nei normali canali di vendita. Non c’era quindi alcun cuscinetto a dividere tifosi di casa e le migliaia di ospiti, per altro posizionati al secondo anello, liberi quindi di “colpire” chiunque passasse sotto di loro. Ma c’è di più: «Ovunque andiamo noi tifosi inglesi, siamo presi in consegna dalla polizia sin dall’aereo, dal traghetto o dal treno, dritti fino allo stadio e poi», spiegava sempre alla stampa irlandese un tifoso dell’Aston Villa, quel giorno a Lansdowne Road. «Non piace la cosa, ma almeno ferma gli animali. Oggi, invece, i nostri tifosi erano ovunque in città. Bevevano e si divertivano. Abbiamo visto alcuni scontri a Dublino. C’erano tizi ubriachi ovunque. Non ci potevamo credere quando siamo arrivati qui».

Sono pochi secondi quelli che scatenarono il peggio, ma poi il turbinìo di insulti e violenze divenne incontrollabile. Per vedere poliziotti salire verso il settore occupato dagli inglesi si dovette aspettare cinque lunghi minuti, ma nel frattempo l’arbitro olandese Jol aveva mandato le squadre negli spogliatoi, decidendo poco dopo che era meglio lasciar perdere col calcio, dato che il clima non era adatto per fare sport. A fine giornata, tra gli incidenti allo stadio, gli scontri in città e sulla strada per Dun Laoghaire, dove gli inglesi furono caricati sui traghetti per tornare a casa, si contarono decine di persone ferite, di cui almeno 20 portate in ospedale, e ben 40 arresti. Ci fu persino un morto: tra la ressa e la paura, un sessantenne irlandese ebbe un colpo al cuore all’esterno dello stadio. Tra le immagini iconiche della serata ci fu anche quella del fotografo Neil Fraser: appena ha visto surriscaldarsi il clima, è corso a fare le sue foto, più vicino possibile alla scena. Ma lì, una spranga di ferro, retaggio di ciò che era lo schienale di un seggiolino, è volata giù dal secondo anello e lo ha colpito in testa. Il giorno dopo, sui giornali, ci sarà sì una sua foto, ma non scattata da lui: testa fasciata e sanguinante, sguardo attonito, i soccorsi attorno a lui. Neil giaceva in una delle due porte, trasportato lì per essere medicato con la protezione – minima – della rete. «C’era un clima surreale e selvaggio», ricorderà anni dopo Fraser, intervistato dal Guardian. «L’atmosfera era tesa. Quando vedi un gruppo di ragazzi fare il saluto nazista, capisci che non sarà una normale partita di calcio».

Già, il saluto nazista. Non si stenta oggi a crederlo, considerando che all’epoca ad affiancarsi agli stadi c’era anche un gruppo neo-nazi, il Combat 18, sorto proprio Oltremanica nel ’92. Il mondo degli hooligans era, per il C18, il miglior terreno dove cercar funghi da mettere nel proprio cestino, visto lo sguardo orientato verso la destra estrema di molte tifoserie inglesi, reduci da una lunga assenza dalle Coppe europee. Quella sera, a Dublino, erano stati proprio i C18 ad orchestrare il tutto, anzi il gruppo neo-nazi aveva un piano ben predefinito. Ne è una piccola prova quanto dissero testimonianze raccolte anni dopo, che parlavano di alcuni volantini girati nelle settimane precedenti il match sulle gradinate degli stadi londinesi, a “reclutare” guerriglieri in vista della trasferta sul suolo irlandese. E pure l’intelligence britannica era a conoscenza delle intenzioni del C18. Da Londra erano state trasmesse tutte le informazioni del caso alla Garda irlandese, che però avrebbe sottovalutato l’allarme. Anzi, gli ufficiali di polizia di Sua Maestà avrebbero pure offerto un aiuto a Dublino, pronti a spedire alcuni loro agenti in Irlanda, dove però l’offerta sarebbe stata rifiutata. Nessuno avrebbe ascoltato neanche l’ultima tardiva informazione inglese, relativa a 20 tifosi in volo verso Dublino il giorno stesso della partita, riconoscibili proprio per le toppe del C18 che avevano cucite sulle giacche. Ma tutto ciò si scoprirà soltanto qualche tempo dopo, quando in Irlanda verrà aperta una lunga inchiesta sui fatti di Lansdowne Road, che emetterà il suo giudizio inequivocabile: all’origine degli incidenti del 15 febbraio 1995 c’erano stati solo gli inglesi, mentre le negligenze nella gestione dell’emergenza erano state tutte irlandesi.

Ciò che colpisce degli scontri di quella sera è anche la loro collocazione storica all’interno dello sviluppo del conflitto nord-irlandese e del relativo processo di pace. Gli anni Novanta sono stati, infatti, un periodo turbinoso e pieno di tensione su quel fronte, ma, a margine di tutto ciò, si provava a costruire una pacificazione. Nel febbraio del ’95, in particolare, reggeva ancora il cessate il fuoco che repubblicani e lealisti avevano sancito l’anno prima, a sua volta radicato nella Downing Street Declaration del dicembre ‘93, un testo condiviso tra Londra e Dublino che stabiliva il principio di autodeterminazione del Nord Irlanda. Erano tentativi di dialogo, che dovettero scontrarsi con la ripresa delle ostilità del ’96: arrivavano gli ultimi drammatici sussulti di un conflitto che, nel ’98, raggiungerà una conciliazione credibile con il Good Friday Agreement. Ma quello era l’inferno di Belfast, non certo di Dublino, che a metà degli anni Novanta era ormai avviata con slancio verso quel salto economico che la porterà ad essere considerata la Tigre Celtica: uno degli Stati più poveri d’Europa divenne uno dei più ricchi, spinto con forza dagli investimenti stranieri.

Ma c’è un altro precedente tra Irlanda e Inghilterra che merita di essere ricordato, sempre per la sua valenza storica. Non c’entrano violenze, stavolta, né tanto meno la lunga guerra che attanaglierà il Nord Irlanda e che mostrerà le sue immagini peggiori solo anni dopo. È la gara che si giocò a Liverpool, Goodison Park, il 21 settembre 1949, dove più di 50mila inglesi dovettero applaudire il 2-0 dell’Irlanda, premiata dalle reti di Con Martin e Peter Farrell. Per capire il peso di questo successo, occorre una premessa relativa alla storia irlandese: il Paese si staccò dall’Inghilterra nel 1922, ma fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale rimase collegato a Londra, mantenendo anche un ruolo nel Commonwealth. Non solo, subito dopo l’indipendenza la carica di governatore generale veniva scelta proprio dalla corona britannica, che anche quando la costituzione di Dublino cambiò, mantenne comunque il suo controllo sull’isola attraverso la figura del re d’Inghilterra, monarca anche d’Irlanda, terra per la quale prendeva pure alcune decisioni in campo internazionale. Tutto ciò cambiò effettivamente nel 1948, quando Dublino poté finalmente dichiarare la sua indipendenza completa: era diventata una repubblica a tutti gli effetti.

Il match con l’Inghilterra arrivò quindi poco dopo questo passo, e, dato che il calcio non c’entra con la geopolitica ma brilla dei suoi risvolti, quella gara portò a galla con insistenza due grandi problemi di cui la nazionale irlandese soffriva fin dalla sua nascita: il nome con cui presentarsi alle gare ufficiali e l’eleggibilità dei suoi giocatori anche per la rappresentativa nordirlandese. La federazione calcistica di Belfast (la IFA) era infatti nata per prima, e per questo era la Irish Football Association, senza alcuna distinzione di confine. Tale caratterizzazione rimase anche quando nacque la repubblica irlandese e, in seguito, pure la federazione di Dublino, inizialmente costretta a chiamarsi “FAIFS”: Football Association of Irish Free State. Nel ’23 venne riconosciuta dalla Fifa con tale nome, poté anche partecipare alle Olimpiadi del ’24, ma nulla le permise di appropriarsi del nome “Irlanda”, che forse spettava più a lei che ai rivali di Belfast, tutt’altro che intenti a cedere tale privilegio. Ma questo era solo il primo problema, quello esteriore. Ben più calda era invece la questione relativa alle convocazioni: entrambe le federazioni pretendevano di avere il diritto di poter chiamare giocatori di tutto il territorio irlandese, pure qui senza distinguere confini, “rubando” spesso i migliori ai vicini di casa. E se raramente capitava che ragazzi nati a Belfast decidessero di giocare per la Green Army di Dublino, molto più frequentemente capitava il contrario. Alla fine saranno ben 38 i giocatori che indosseranno entrambe le maglie, con una pratica che finirà soltanto nel ’53, quando la Fifa si esprimerà in maniera insindacabile sul rispetto dei confini territoriali. In quell’occasione, deciderà anche che la FAI dovrà chiamarsi “Republic of Ireland” mentre l’IFA sarebbe stata “Northern Ireland”.

Ma nel ’49 la risoluzione era ancora di là da venire, sebbene il match con l’Inghilterra aiutò e non poco la federazione di Dublino. Tre anni prima, infatti, si era giocata un’amichevole tra lrlanda e Inghilterra, con gli inglesi che per la prima volta dopo 34 anni erano tornati a giocare a Dublino. La rete tardiva della leggenda Tom Finney aveva regalato il successo ai Three Lions, che però, solo due giorni prima, avevano disputato una gara amichevole contro l’Irlanda del Nord, stupendosi poi di trovare tre giocatori avversari in campo in entrambe le partite. Il problema quindi si fece chiaro anche per gli inglesi, che a livello politico si schierarono, stranamente, dalla parte di Dublino, invitando tutti a chiamare solo giocatori nati nelle proprie terre. Pochi mesi dopo, il consiglio della FA di Londra rincarò la dose, interpretando la voce dei suoi club, preoccupati per le doppie convocazioni di diversi giocatori irlandesi. Erano quelle prese di posizione notevoli, che forse non risolvevano i problemi della federazione irlandese, ma lasciavano ben sperare a Dublino che la fine di tale prepotenza era prossima ad arrivare.

Quanto al nome, invece, appena prima della gara di Liverpool il segretario della FAI Joe Wickham scrisse a Stanley Rous, suo pari grado della FA inglese, chiedendo che per l’occasione la propria squadra fosse finalmente chiamata “Irlanda”. Il “no” di Rous fu garbato: non voleva fare differenze di trattamento tra Belfast e Dublino, ma concesse a Wickham di chiamare la sua nazionale non più “Eire” ma “ FA of Ireland”, sperando che in futuro la querelle si sarebbe risolta. Anche questo passo non eliminava il problema, ma faceva trasparire le buone intenzioni inglesi. Ed era già qualcosa.

Quanto alla gara, i Three Lions erano ovviamente grandi favoriti, e con gente come Tom Finney, Billy Wright e Billy Wright potevano curarsi poco delle assenze dei campioni Stan Mortensen e Stanley Matthews. Dalla sua l’Irlanda rispondeva con una squadra nerboruta e tignosa, che ruotava attorno al suo capitano, Johnny Carey, bandiera del primo Manchester United di Matt Busby, da poco tornato a giocare in Inghilterra dopo aver partecipato alla Seconda Guerra Mondiale con l’esercito britannico in Italia, dove, per altro, aveva pure disputato alcune gare col nome di “Cario”, ricevendo non poche offerte per rimanere nel campionato italiano anche dopo la fine delle ostilità. Fu sotto la sua autorevole guida che, al 33esimo, accadde l’impensabile: Bert Mozley, difensore del Derby County, atterrò Peter Desmond in area, l’arbitro assegnò il rigore e Con Martin, all’epoca in forza all’Aston Villa, siglò di potenza l’1-0. Per vedere il raddoppiò si dovette attendere la fine del match, non senza sofferenza per gli irlandesi, fortunati quando Pye prese la traversa. Poi, quando mancavano 5 minuti al fischio finale fu Farrell (ispirato forse dal pubblico “amico” di Goodison Park, essendo all’epoca un giocatore dell’Everton) a trovare la rete, bruciando con un pallonetto il portiere Williams in uscita. Finì 2-0, con un successo destinato a entrare nella storia: era infatti la prima sconfitta che i maestri inglesi subirono tra le mura amiche per mano di una nazione “straniera”, ossia che non faceva parte della Gran Bretagna. Ma d’altronde, erano anni strani: gli inglesi avevano inventato il calcio e si sentivano pieni di un’aria di superiorità, per questo erano restii a incrociare altre squadre. Non a caso, ai primi tre Mondiali si rifiutarono di partecipare, e quando, nel ’50, accettarono di andare in Brasile riuscirono a perdere con gli Stati Uniti. Ben più male fece, invece, il clamoroso ko di 3 anni dopo contro l’Ungheria, che si impose con un perentorio 6-3 nel tempio sacro di Wembley. E quando, sei mesi dopo, si tenne a Budapest la rivincita, la squadra d’oro magiara riuscì addirittura a vincere 7-1, la sconfitta più dura mai patita dall’Inghilterra. Che così si scopriva vecchia e superata, costretta a reinventarsi dopo essere stata sicura, per anni, di aver dettato legge.

Forse, il primo scricchiolio di quel crollo si ebbe proprio quella sera a Goodison Park, per mano dei vicini di casa irlandesi, sempre sottovalutati. Fa sorridere pensare ai loro ritorni a casa: Godwin e O’connor s’imbarcarono la notte stessa sul primo traghetto diretto a Dublino, mentre Con Martin salì su un pullman diretto a Birmingham, zeppo ovviamente di tifosi inglesi. Ma il viaggio andò tranquillo, con tanto di pausa per strada per un fish and chips in un pub. 

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