Di calcio, Israele e razzismo. «Forever Pure» è un film da vedere

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È un film spigoloso “Forever Pure”, ma ha il pregio di non regalare nulla alla fantasia. Col tono trasparente e diretto del documentario vuole presentare una delle realtà più uniche del calcio medio orientale, il Beitar Gerusalemme, durante quella che forse è la stagione peggiore della sua storia, il 2012-13, anno in cui la squadra più titolata del paese si salvò all’ultimo metro dopo essere stata praticamente abbandonata dai suoi tifosi. Da qualche giorno la pellicola è disponibile su Netflix, ed è un’occasione da non farsi perdere per ammirare un buon prodotto cinematografico dedicato al calcio, osservato nella sua dimensione più affascinante, ossia il legame che questo sport può avere con la vita socio-politica e i conflitti di una determinata città.

Perché il Beitar è la squadra più forte e popolare di Israele, e ha sempre catalizzato spinte e interessi della comunità ebraica più oltranzista. “Forever Pure” è lo slogan de “La Familia” la frangia di tifosi più di destra, un gruppo dalla spiccata vena razzista, tanto da non volere giocatori arabi in rosa. Un veto che però è costretto a scontrarsi con la scelta del proprietario Arcadi Gaydamak – un ricco milionario ebreo di origine russa, che non ha mai nascosto di voler usare il club per diventare sindaco di Gerusalemme – che porta in squadra due giovani ceceni musulmani. La rottura della simbiosi tra tifoseria e club è netta e insanabile, ben raccontata dagli occhi del portiere Ariel Harush, capitano e idolo della “Familia” fino al giorno in cui non ha dato il benvenuto ai due nuovi compagni, gesto che lo trasformerà in traditore.

Ma nel film c’è spazio anche per gli occhi di Zaur Sadayev e Dzhabrail Kadiyev, i due calciatori ceceni catapultati in una realtà ostile e più grande di loro. Le scene mostrano tutta l’umanità del loro disagio, quello di due ragazzi poco più che adolescenti finiti a Gerusalemme per far gola ai soli interessi di un proprietario senza scrupoli. Due ragazzotti che diventano però testimoni di un tentativo di dialogo che proprio sul campo da calcio prova a costruire le sue basi. Trovando però solo ostilità dai suoi stessi tifosi.

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