Calcio ed etnie. “Les Bleus” è il film che riesce a farti stare simpatici i francesi

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«L’ultima volta che ci fu tanta gente sugli Champs-Elysees fu dopo la Seconda Guerra Mondiale. Dopo la Seconda Guerra Mondiale!». Lo ripete due volte Youri Djorkaeff, e sono passati ormai vent’anni. Ancora non ci crede quando ripensa a quanto accadde all’indomani del successo della Nazionale francese nel Mondiale casalingo del ’98. Un popolo impazzito per il calcio e per la sua squadra dall’anima “black-blanc-beur” (nero bianco e arabo), formula che negli anni, però, diventerà quasi un’ossessione, un mantra che nel docufilm “Les Bleus – Une autre histoire de la France” (disponibile su Netflix) torna a galla con frequenza nel ripercorrere i due decenni che hanno fatto seguito a quel clamoroso successo. La pellicola è stata prodotta nel 2016, all’indomani del boccone amaro che fu l’Europeo perso in finale col Portogallo, ma è facile rintracciarvi l’humus che ha portato al successo dello scorso luglio al Mondiale di Russia.

Che il calcio, al giorno d’oggi, sappia smuovere quanto la vittoria di una guerra non è forse una cosa che ci stupisce troppo. Resta però l’immagine di quei milioni di giovani di ogni etnia ed estrazione sociale che, dopo la Coppa del Mondo del ’98, acclamarono il loro beniamino – algerino di sangue, per altro – al grido “Zidane president”. Insomma, quel successo (il primo di una squadra tanto multietnica ad un Mondiale) era riuscito a creare, in maniera inconsapevole, un’unità di affetto ed emozione verso un gruppo di calciatori così vario, destinato a segnare l’intero Paese e la sua gente. Tuttavia, l’impressione che offre il film è che tutti i tentativi successivi – quando cioè ci si era resi conto della portata socio-politica che poteva avere tale nazionale – sono crollati sotto i colpi di brutte figure e imbarazzi, più che sotto i risultati mediocri stessi. Come, ad esempio, quando si organizzò il match “amichevole” contro l’Algeria, poche settimane dopo l’11 settembre 2001, allo scopo di creare un momento di riconciliazione con la nazione nord-africana. «Quella partita non andava giocata. Perché deve essere il calcio a fare ciò che la politica non è riuscita a fare?», si chiede uno dei giornalisti intervistati nel film. Finirà che l’amichevole verrà interrotta da decine di tifosi algerini, entrati in campo in segno di scherno per quella partita e per il Paese che li ospitava.

Al netto di qualche forzatura retorica del tema, “Les Bleus” ha il pregio di valorizzare l’anima filosofica di Lilliam Thuram, rendere simpatico perfino uno scorbutico come Raymond Domenech, dare voce a giornalisti che sanno dire cose non scontate (su tutti Franck Annese, fondatore di “So Foot”), lasciar parlare alcuni protagonisti della società francese estranea al calcio (come Omar Sy, già visto in “Quasi amici”). E, più in generale, mettere in risalto l’importanza che ha il calcio nel processo di costruzione di un’identità nazionale oggi, senza censurare fatiche e illusioni in cui la Francia non di rado, negli ultimi due decenni, è caduta.

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