Verso Sochi – Il salto più bello di Birger Ruud fu l’ultimo, quello dopo la prigionia nazista

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Nei giorni in cui la neve casca abbondante sulle colline attorno a Kongsberg, il corpo bronzeo della statua di Birger Ruud sembra piegarsi sotto il peso della bianca coltre, che nasconde il celebre gesto dell’atleta norvegese. Il corpo piegato in avanti, le braccia allargate in volo, gli sci stesi per andare il più lontano possibile. È soltanto una statua, ma non gli manca la leggerezza tipica di chi si cimenta nel salto dal trampolino. Ed è l’omaggio di una terra ad uno dei suoi figli che più la resa orgogliosa, e non soltanto per quanto faceva con gli sci ai piedi, dove Birger ce la faceva sempre a piazzarsi un metro avanti agli avversari. Uno sport assurdo, che era un vero affare di famiglia visto che, a cavallo tra anni Venti e Trenta, oltre a Birger anche i suoi due fratelli Sigmund e Asbbjorn riuscivano a portare in patria vittorie e medaglie. Continua a leggere “Verso Sochi – Il salto più bello di Birger Ruud fu l’ultimo, quello dopo la prigionia nazista”

I 15 anni che hanno cambiato il calcio tedesco

Il Borussia strapazza in casa il Real, lo Schalke fa l’impresa ed espugna l’Emirates Stadium, là dove nessun club straniero è riuscito mai a vincere, e un Bayern pragmatico vince facile contro il Lille recuperando la testa del girone. Se c’era bisogno di un’ulteriore conferma, le notti europee di questa settimana ce l’hanno data chiara: il calcio tedesco è in crescita costante. E non possiamo più limitarci ad applaudire le belle partite della corazzata Germania, la Nazionale teutonica che negli ultimi anni ha stupito tutti con giovani leve sempre pronte, gioco frizzante e titoli sfumati sul più bello (negli ultimi dieci anni tra Mondiali ed Europei non sono mai andati più indietro del terzo posto). Ora la crescita del calcio tedesco ha attecchito nel migliore dei modi anche nei club: il livello della Bundesliga si alza di anno in anno, le rose si fanno sempre più competitive e anche il calcio europeo deve riconoscere i successi del modello tedesco.

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VERSO GLI EUROPEI – Dalla spiaggia alla Coppa in meno di un mese. La Danimarca del 1992

Dovevano essere la squadra materasso. Anzi, a dirla tutta, a quegli Europei i danesi non ci dovevano neppure essere: pensavano di guardarseli da casa, e addirittura qualcuno era già al mare a godersi le vacanze, quando invece furono richiamati in fretta e furia per andare in Svezia per giocarsi il trofeo. Erano arrivati secondi nel loro girone di qualificazione, alle spalle della Jugoslavia, ergo erano eliminati. Ma i postumi della Guerra Fredda avevano attecchito nelle aride terre balcaniche, portando a un nuovo conflitto bellico: la Nato intervenne con le sue sanzioni, gli slavi furono eliminati dal torneo, e la Danimarca fu chiamata a sostituirli dieci giorni prima l’inizio della rassegna. Continua a leggere “VERSO GLI EUROPEI – Dalla spiaggia alla Coppa in meno di un mese. La Danimarca del 1992”

Caro Marcello, sei sicuro di voler allenare in Cina?

Caro Marcello, ho letto che sei prossimo ad andare ad allenare in Cina, quindi ho deciso di scriverti per riflettere con te su questa scelta. Premetto una cosa: non è che tu mi stia molto simpatico. D’altronde, devi sapere, tifo Fiorentina, e quindi il mio sangue viola è incompatibile con chi, come te, ha legato il suo nome ai tanti successi dei gobbi. Però hai commosso anche me ai Mondiali di Germania 2006: quella vittoria, così imprevedibile e sofferta, è stata frutto anche del tuo genio, capace di dare motivazioni da leoni a una squadra che, indolenzita dai lividi di Calciopoli, poteva andare incontro a una Caporetto del pallone nostrano, mentre ha fatto della Germania una Vittorio Veneto. Che ricordi! T’ho perdonato anche le defaillance sudafricane, perché il pari di Materazzi con la Francia, il rigore di Totti all’Australia, il gol di Grosso contro la Germania sono emozioni che mi porterò dietro per tutta la vita.

Permettimi però una domanda: perché andare ad allenare in un campionato di scarsissima caratura, come quello cinese? M’intristisce sempre quando vedo gli ex-grandi campioni del calcio europeo, gambe affaticate e tasche grondanti di quattrini, tramontare in stadi arabi, americani, o, ultima moda, indiani… Però tutto sommato lo accetto ancora: a fine carriera uno prova a monetizzare al meglio quel poco di classe che gli è rimasta, per andare in pensione in maniera dignitosa. Ma tu non mi sembri in questa condizione: è vero, in Sudafrica ti sei preso tutte le responsabilità di un flop colossale, ma se ti fossi reso disponibile a tornare ad allenare, tanti club avrebbero fatto a botte per ingaggiarti. Il tuo nome è un pezzo della storia del calcio italiano, e nessuno dubita sulle tue abilità letterarie per scrivere ancora altri capitoli. Continua a leggere “Caro Marcello, sei sicuro di voler allenare in Cina?”