Il calcio e la guerra: quei soldati inglesi in Italia

Timeslarge_000000.jpg(© Imperial War Museums)

Un muro di pubblico che segue con passione 11 indiavolati contendersi una sfera. Non sarà una gran partita, vien da dire. Il campo è quello che è, le linee sono un po’ storte, per non parlare delle porte, tre pali sghembi tenuti insieme in qualche modo. Eppure, tutt’attorno, l’entusiasmo è quello degli appuntamenti calcistici più prestigiosi, con centinaia di tifosi che trattengono il fiato ad ogni movimento del pallone. In rigorosa divisa militare.

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Blanchflower, gli Azzurri e quella battaglia a Belfast

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Fascia da capitano sul braccio, maglia verde orgogliosa addosso, Danny Blanchflower quel 4 dicembre 1957 avrebbe preferito di sicuro spenderlo giocando una partita di calcio diversa. Oggi ricorrerebbe il 90esimo compleanno dell’ex-centrocampista nordirlandese, se nel 1993 una polmonite non avesse portato alla morte il talento di Belfast esploso tra anni Cinquanta e Sessanta al Tottenham. La sua storia è il carotaggio in un mondo sportivo antico, dove prima di essere calciatore poteva capitarti di essere stato pure soldato in guerra (e Danny lo fu, con la Royal Air Force, alla quale ingannò sulla sua età pur di arruolarsi), per poi trovarsi nel giro di poche stagioni a guidare gli Spurs di Londra a vincere campionato e FA Cup, impresa mai successa prima nel XX secolo. È la maschera dai lineamenti esuberanti di un ragazzotto nord-irlandese coi capelli rossi, testimone del gap minimo – all’epoca – tra calcio e fabbrica: non fosse stato per il pallone, Blanchflower era promesso a fare l’operaio in un’azienda di sigarette.

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Il rugby, l’Irlanda e il successo: «Bene, e ora?». Quella volta che O’Driscoll aveva paura

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Nella mensolina in legno che correva sopra al camino, assieme alle foto in bianco e nero di alcuni parenti incorniciate con stile, ce n’era anche una a colori e senza alcun supporto, appoggiata con cura tra le altre, scattata di recente, fuori da un supermarket. Due nipoti della famiglia presso cui ero ospite a Dublino erano ritratti assieme ad un giovane Brian O’Driscoll, che avrà avuto sì e no 22-23 anni. Davanti a sé aveva ancora tutto da dimostrare, ma aveva già tra le mani la popolarità che ha accompagnato la sua carriera: già all’epoca spropositata, in poche stagioni sarebbe diventata estrema. In salotto era lì coi parenti, tra la nonna morta anni fa e il cugino andato a cercar fortuna in America. E se all’inizio il posto su quella mensola O’Driscoll se l’era guadagnato per far spazio al sorriso entusiasta dei due bambini in foto con lui, col tempo il rugbista irlandese era diventato più di casa dei nipoti, tenuto lì, tra gli affetti di famiglia, come fosse un parente, da mostrare con orgoglio a chiunque venisse a prendere il tè in salotto. Continua a leggere “Il rugby, l’Irlanda e il successo: «Bene, e ora?». Quella volta che O’Driscoll aveva paura”

Dopo un cucchiaio così non vuoi dargli il Pallone d’Oro?

L’occhio fisso a mezz’asta è traditore, e nasconde un’attenzione a ogni zona di gioco fuori dal comune. Andrea Pirlo è così: innervosisce quasi per quel modo che ha d’incedere a metà campo, testa alta, quasi spensierata, leggero ma mai evanescente. Ti aspetteresti che da un momento all’altro perda il pallone, arrivi qualcuno più grosso di lui e glielo soffi in un istante. Invece no, la sfera non si allontana mai dai suoi piedi, se non per inventare la miglior pubblicità che il calcio possa desiderare, illuminando compagni di squadra in qualsiasi zona del rettangolo verde, con intuizioni che traboccano in vera e propria arte poetica. Continua a leggere “Dopo un cucchiaio così non vuoi dargli il Pallone d’Oro?”

“It always ends in penalties… It always ends in tears”

“Penalty obsession”. Ne sono certi ormai da tempo in Inghilterra: la Nazionale inglese è letteralmente negata per i tiri dagli 11 metri e la sconfitta patita ieri contro l’Italia ne è stata l’ennesima riprova. Oggi i giornali non parlano di altro: la pessima prova della squadra di Hodgson (mai effettivamente pericolosa contro gli Azzurri, interprete di una partita tutta catenaccio e ripartenze) passa in secondo piano dopo che, per l’ennesima volta, la lotteria dei rigori ha voltato le spalle agli inglesi. Continua a leggere ““It always ends in penalties… It always ends in tears””

Eterna invidia per il tifo irlandese. Ma ogni mitizzazione lo svuota della sua orgogliosa origine

Dal sito Contropiede.net, leggo e pubblico questo bel pezzo che fa un po’ di chiarezza sui tifosi irlandesi agli Europei.

L’immagine dei tifosi irlandesi che saltano abbracciati, spalle al campo, dopo il nono schiaffo preso in questo Europeo (3+4+2) è una delle scene più belle che, a mio avviso sia stata promossa da questa competizione. Si parla tanto di questo torneo come della festa del calcio, fotografando tifosi di squadre opposte uniti in retorici siparietti, “Ole” che partono e muoiono all’istante, facce ridicolmente dipinte. Che abisso tra queste formali icone dello “sport che unisce i popoli” e quelle curve orgogliosamente legate alla propria terra, fiere di intonare le proprie canzoni e di sventolare in faccia a tutti il proprio essere superiori nonostante quanto stava succedendo in campo. Continua a leggere “Eterna invidia per il tifo irlandese. Ma ogni mitizzazione lo svuota della sua orgogliosa origine”

Se non avesse Hodgson, l’Inghilterra sarebbe più prevedibile dell’Italia

Il cammino dell’Italia agli Europei metterà sulla strada degli uomini di Prandelli la Nazionale inglese, vincitrice del girone D. Ad essere un po’ critici, ma neanche troppo, la sfida di domenica sera si preannuncia interessante, mettendo di fronte due squadre non di certo in piena salute. Del gioco tutt’altro che spumeggiante degli Azzurri si parla all’infinito sui nostri giornali, mentre la vittoria di ieri sera dei Three Lions contro l’Ucraina è giunta dopo una partita combattuta, emblema di una squadra infiacchita dalle tante assenze e priva di un vero leader di gioco (un’impressione che, peraltro, era stata offerta anche dal noioso pareggio contro la Francia e dalla vittoria contro la Svezia). Insomma, l’Inghilterra non macina un grande gioco, eppure riesce a vincere, e in questo merita una nota di lode il tecnico Roy Hodgson, un allenatore arrivato poco più di un mese fa tra le perplessità di tanti (ammetto anche mie), ma che in silenzio è stato capace di far ragionare la squadra. Continua a leggere “Se non avesse Hodgson, l’Inghilterra sarebbe più prevedibile dell’Italia”

VERSO GLI EUROPEI – San Gennaro, il calcio in bianco e nero e una monetina sospesa tra Italia e Urss

Immaginatevi uno stadio San Paolo di Napoli gremito in ogni ordine di posto. Quasi 70 mila tifosi attendono con ansia il verdetto di un match importantissimo, almeno quanto può essere questa semifinale dell’Europeo del 1968, con protagoniste Italia e Urss. Non vola una mosca, tutto tace. 120 minuti non sono bastati agli uomini di Valcareggi per sovrastare i sovietici. Poche le occasioni per gli azzurri, imbrigliati bene dai russi, che però hanno creato ancora meno. E pure i supplementari hanno offerto poco: solo Domenghini ha provato a scaldare il cuore dei napoletani, ma il suo tentativo si è scontrato col palo. Così la gente aspetta in silenzio chi verrà nominato vincitore di questo match. Continua a leggere “VERSO GLI EUROPEI – San Gennaro, il calcio in bianco e nero e una monetina sospesa tra Italia e Urss”

VERSO GLI EUROPEI – Quando Toldo divenne San Francesco

La gioia di Toldo per il rigore parato a De Boer è una delle cartoline più belle che dall’Olanda siano mai arrivate in Italia: lo sguardo verso i tifosi azzurri ospiti, le braccia tese al cielo, il salto di gioia di fianco al palo. E pensare che quel giorno il numero 1 della Fiorentina non ne ha spedita solo una, ma ben 3. 3 come i rigori che ha parato in questa incredibile semifinale degli Europei 2000, in cui gli Azzurri sono riusciti ad eliminare i padroni di casa olandesi. Continua a leggere “VERSO GLI EUROPEI – Quando Toldo divenne San Francesco”