Calcio ed etnie. “Les Bleus” è il film che riesce a farti stare simpatici i francesi

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«L’ultima volta che ci fu tanta gente sugli Champs-Elysees fu dopo la Seconda Guerra Mondiale. Dopo la Seconda Guerra Mondiale!». Lo ripete due volte Youri Djorkaeff, e sono passati ormai vent’anni. Ancora non ci crede quando ripensa a quanto accadde all’indomani del successo della Nazionale francese nel Mondiale casalingo del ’98. Un popolo impazzito per il calcio e per la sua squadra dall’anima “black-blanc-beur” (nero bianco e arabo), formula che negli anni, però, diventerà quasi un’ossessione, un mantra che nel docufilm “Les Bleus – Une autre histoire de la France” (disponibile su Netflix) torna a galla con frequenza nel ripercorrere i due decenni che hanno fatto seguito a quel clamoroso successo. La pellicola è stata prodotta nel 2016, all’indomani del boccone amaro che fu l’Europeo perso in finale col Portogallo, ma è facile rintracciarvi l’humus che ha portato al successo dello scorso luglio al Mondiale di Russia.

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1930, al Mondiale in Transatlantico: la bella storia della Conte Verde

alkjdlxvgc6gdgvpazfc.jpgMeno di un secolo fa il meglio del calcio viaggiava nell’Oceano a bordo di un transatlantico lungo quasi 200 metri, mettendoci 15 giorni di viaggio per raggiungere la sede dei Mondiali. Era il 1930, l’anno della prima coppa del mondo. Quella del leggendario Uruguay, tanto lontano nel tempo e nello spazio da considerarlo leggenda. Possibile che agli albori del pallone, alle periferie del globo, ci fosse una squadra tanto forte? Possibile che la storia del torneo più bello del mondo dello sport più bello del mondo sia cominciata proprio da lì? Continua a leggere “1930, al Mondiale in Transatlantico: la bella storia della Conte Verde”

Quando Estonia-Scozia durò solo 3 secondi (e con una sola squadra in campo)

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Ammettetelo, in fondo in fondo anche voi avreste voluto essere il 9 ottobre 1996 a Tallinn a vedere Estonia-Scozia, gara di qualificazione ai Mondiali. Autolesionismo? Macché, basta guardare le immagini qua sotto e ricordare una delle partite più assurde di sempre, durata solo 3 secondi. Tanto, infatti, fece giocare l’arbitro slavo Miroslav Radoman prima di mettere il fischietto in bocca e sancire anzitempo la fine di un match dove, in campo, era scesa solo una squadra.

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Quando Estonia-Scozia durò 3 secondi (e con una sola squadra in campo)

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Ammettetelo, in fondo in fondo anche voi avreste voluto essere il 9 ottobre 1996 a Tallinn a vedere Estonia-Scozia, gara di qualificazione ai Mondiali. Autolesionismo? Macché, basta guardare le immagini qua sotto e ricordare una delle partite più assurde di sempre, durata solo 3 secondi. Tanto, infatti, fece giocare l’arbitro slavo Miroslav Radoman prima di mettere il fischietto in bocca e sancire anzitempo la fine di un match dove, in campo, era scesa solo una squadra.

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Caro Marcello, sei sicuro di voler allenare in Cina?

Caro Marcello, ho letto che sei prossimo ad andare ad allenare in Cina, quindi ho deciso di scriverti per riflettere con te su questa scelta. Premetto una cosa: non è che tu mi stia molto simpatico. D’altronde, devi sapere, tifo Fiorentina, e quindi il mio sangue viola è incompatibile con chi, come te, ha legato il suo nome ai tanti successi dei gobbi. Però hai commosso anche me ai Mondiali di Germania 2006: quella vittoria, così imprevedibile e sofferta, è stata frutto anche del tuo genio, capace di dare motivazioni da leoni a una squadra che, indolenzita dai lividi di Calciopoli, poteva andare incontro a una Caporetto del pallone nostrano, mentre ha fatto della Germania una Vittorio Veneto. Che ricordi! T’ho perdonato anche le defaillance sudafricane, perché il pari di Materazzi con la Francia, il rigore di Totti all’Australia, il gol di Grosso contro la Germania sono emozioni che mi porterò dietro per tutta la vita.

Permettimi però una domanda: perché andare ad allenare in un campionato di scarsissima caratura, come quello cinese? M’intristisce sempre quando vedo gli ex-grandi campioni del calcio europeo, gambe affaticate e tasche grondanti di quattrini, tramontare in stadi arabi, americani, o, ultima moda, indiani… Però tutto sommato lo accetto ancora: a fine carriera uno prova a monetizzare al meglio quel poco di classe che gli è rimasta, per andare in pensione in maniera dignitosa. Ma tu non mi sembri in questa condizione: è vero, in Sudafrica ti sei preso tutte le responsabilità di un flop colossale, ma se ti fossi reso disponibile a tornare ad allenare, tanti club avrebbero fatto a botte per ingaggiarti. Il tuo nome è un pezzo della storia del calcio italiano, e nessuno dubita sulle tue abilità letterarie per scrivere ancora altri capitoli. Continua a leggere “Caro Marcello, sei sicuro di voler allenare in Cina?”