Gudjohnsen e un sogno chiamato Europei

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Ben tornato Eidur, la Francia ti aspetta. O forse sarebbe più giusto dire l’Islanda ti aspetta, quella nazione di cui sei stato l’orgoglio nel mondo per decenni e proprio quando tu hai già calzato i guanti per ammainare la bandiera sta per vivere il suo momento calcistico più bello. Forse, anzi togliamolo pure il forse, Gudjohnsen ha scelto di accettare l’offerta dei norvegesi del Molde per non mancare agli Europei della prossima estate, quelli che la sua nazionale ha ottenuto per la prima volta nella storia. Per farlo ha interrotto la sua avventura cinese con lo Shijiazhuang, una breve storia durata poco più di sei mesi. Un’altra prova del fatto che il calcio in Cina sarà anche remunerativo e via sportiva del futuro, ma per il momento basta solo per brevi avventure. Sarà un caso che, per tanti campioni che partono per l’Oriente, ve ne sono diversi tornati poi in fretta in Europa, da Drogba a Anelka, da Diamanti a Gilardino?

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Blanchflower, gli Azzurri e quella battaglia a Belfast

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Fascia da capitano sul braccio, maglia verde orgogliosa addosso, Danny Blanchflower quel 4 dicembre 1957 avrebbe preferito di sicuro spenderlo giocando una partita di calcio diversa. Oggi ricorrerebbe il 90esimo compleanno dell’ex-centrocampista nordirlandese, se nel 1993 una polmonite non avesse portato alla morte il talento di Belfast esploso tra anni Cinquanta e Sessanta al Tottenham. La sua storia è il carotaggio in un mondo sportivo antico, dove prima di essere calciatore poteva capitarti di essere stato pure soldato in guerra (e Danny lo fu, con la Royal Air Force, alla quale ingannò sulla sua età pur di arruolarsi), per poi trovarsi nel giro di poche stagioni a guidare gli Spurs di Londra a vincere campionato e FA Cup, impresa mai successa prima nel XX secolo. È la maschera dai lineamenti esuberanti di un ragazzotto nord-irlandese coi capelli rossi, testimone del gap minimo – all’epoca – tra calcio e fabbrica: non fosse stato per il pallone, Blanchflower era promesso a fare l’operaio in un’azienda di sigarette.

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L’etica Prandelliana ha bisogno stressante di «storie belle». Ma si scorda Pepito Rossi

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Delude particolarmente leggere le parole di Prandelli relative all’esclusione di Giuseppe Rossi. Perché si capisce fino in fondo quanto sia diventato triste il calcio di etica e gesti esteriori, simboli e moralismi che il nostro pallone predica sempre più come sua legge di vita, incurante di quella che sono le aspirazioni e i desideri dei suoi protagonisti stessi, uomini come tutti gli altri, con una filosofia di cui il ct degli Azzurri ha scelto di diventare l’emblema nei suoi 4 anni a Coverciano. Per il resto ci sarebbe poco da dire della più o meno giusta scelta dell’allenatore, che ha voluto inserire tra i pre-convocati per i Mondiali l’attaccante della Fiorentina, lasciandolo poi fuori dai 23 definitivi. Continua a leggere “L’etica Prandelliana ha bisogno stressante di «storie belle». Ma si scorda Pepito Rossi”

Ingesson, i ruspanti anni Novanta e la malattia: «Ma ora giudicatemi come ogni allenatore»

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«È difficile sentirsi sempre deboli», specie per chi solo 15 anni fa non riuscivi a fermarlo quando correva dalla difesa all’attacco per capovolgere un’azione, sbrogliando una fase complicata di gioco e portando la palla nel cuore delle difese avversarie. Se ci mettessimo a citare i fuoriclasse arrivati in Italia negli anni più belli della provincia del nostro calcio, i Novanta, forse non riusciremmo a parlare di Klas Ingesson. Sarebbe un azzardo metterlo assieme a gente come Zidane e Weah, Ronaldo e Batistuta, Stoichkov e Bierhoff. Eppure, il calcio freddo e pulito dello svedese era un inno al pallone di periferia del vecchio secolo di casa nostra; quello dove una ruspante neopromossa del sud, il Bari, andava a fare compere dai maestri inglesi e portava in Italia un gigante scandinavo reduce da un bronzo ai Mondiali e da una vittoria in Coppa Uefa. Lo stesso trofeo che, nel’ 99, Klas andò vicino a vincere con un’altra scomoda “provinciale” della Serie A, il Bologna, che orfano del Divin Codino Baggio inanellò un crescendo di successi e dal trofeo estivo Intertoto naufragarono solo in semifinale di coppa contro il MarsigliaContinua a leggere “Ingesson, i ruspanti anni Novanta e la malattia: «Ma ora giudicatemi come ogni allenatore»”

E venne il giorno di Gibilterra. Tra le grandi d’Europa, con uno scarto di Sir Alex

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La bizzarria del pallone formato piccole Nazionali sta tutta nella storia di Danny Higginbotham: 34 anni, una carriera che sboccia nelle giovanili del Manchester United senza però trovare spazio tra gli undici di Ferguson, e da lì un mediocre vivacchiare tra Premier e Championship, scivolando pian piano verso la Conference dove ora si gode gli ultimi anni di attività sportiva al Chester. Bene, ora che i titoli di coda sono in fase di scrittura e presto s’inseguiranno a chiudere gli anni da calciatore di Danny, ecco che per l’ex-Red Devils arriva la prima, impensabile, convocazione in Nazionale. Continua a leggere “E venne il giorno di Gibilterra. Tra le grandi d’Europa, con uno scarto di Sir Alex”

Cassano e le risate dei giornalisti…

Forse poteva evitare. Forse Cassano poteva evitare di usare un certo linguaggio, parlando degli “omosessuali” come “froci”, e poteva stare un po’ più accorto nel fare quelle dichiarazioni. In fondo, c’era da aspettarsi che chi gli chiedeva dei gusti sessuali dei suoi compagni di squadra facendo riferimento alle parole di Cecchi Paone (che, guarda caso, riesce sempre ad essere al centro dell’attenzione mediatica non appena ha da promuovere qualche iniziativa editoriale), non aspettava altro che strumentalizzare qualsiasi sua parola, qualora fosse stata appena sopra le righe. Continua a leggere “Cassano e le risate dei giornalisti…”

Caro Marcello, sei sicuro di voler allenare in Cina?

Caro Marcello, ho letto che sei prossimo ad andare ad allenare in Cina, quindi ho deciso di scriverti per riflettere con te su questa scelta. Premetto una cosa: non è che tu mi stia molto simpatico. D’altronde, devi sapere, tifo Fiorentina, e quindi il mio sangue viola è incompatibile con chi, come te, ha legato il suo nome ai tanti successi dei gobbi. Però hai commosso anche me ai Mondiali di Germania 2006: quella vittoria, così imprevedibile e sofferta, è stata frutto anche del tuo genio, capace di dare motivazioni da leoni a una squadra che, indolenzita dai lividi di Calciopoli, poteva andare incontro a una Caporetto del pallone nostrano, mentre ha fatto della Germania una Vittorio Veneto. Che ricordi! T’ho perdonato anche le defaillance sudafricane, perché il pari di Materazzi con la Francia, il rigore di Totti all’Australia, il gol di Grosso contro la Germania sono emozioni che mi porterò dietro per tutta la vita.

Permettimi però una domanda: perché andare ad allenare in un campionato di scarsissima caratura, come quello cinese? M’intristisce sempre quando vedo gli ex-grandi campioni del calcio europeo, gambe affaticate e tasche grondanti di quattrini, tramontare in stadi arabi, americani, o, ultima moda, indiani… Però tutto sommato lo accetto ancora: a fine carriera uno prova a monetizzare al meglio quel poco di classe che gli è rimasta, per andare in pensione in maniera dignitosa. Ma tu non mi sembri in questa condizione: è vero, in Sudafrica ti sei preso tutte le responsabilità di un flop colossale, ma se ti fossi reso disponibile a tornare ad allenare, tanti club avrebbero fatto a botte per ingaggiarti. Il tuo nome è un pezzo della storia del calcio italiano, e nessuno dubita sulle tue abilità letterarie per scrivere ancora altri capitoli. Continua a leggere “Caro Marcello, sei sicuro di voler allenare in Cina?”