Ecco il film di “Eddie the Eagle”. La storia di uno strano perdente

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La storia di Eddie the Eagle è una rima comica scritta nei versi melodici delle poesie olimpiche, ma anche l’esempio più bizzarro di cosa significhi credere fino in fondo al proprio sogno, e di come lo sport sappia trasformare uno sconfitto in vincente. È il romanzo di un nerd che potrebbe essere il tuo compagno secchione del liceo, ma che desiderava solo una cosa: partecipare ai Giochi a cinque cerchi. Dell’atleta britannico di fine anni Ottanta si torna a parlare in questi giorni: al Sundance film Festival è stata presentata la pellicola a lui dedicata. Un film che ha convinto molti critici, per quanto si prenda alcune libertà, a partire dalla figura di Bronson Peary (interpretato da Hugh Jackman), ex-campione statunitense di salto dal trampolino e allenatore in Germania di Eddie, che però nella realtà fu seguito da due trainer americani professionisti, per altro a Lake Placid.

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Verso Sochi – “Last man standing”: a lezione di fortuna da Steven Bradbury

Australia's gold medalist Steven Bradbury rounds final turn as (from left) USA's Apolo Ohno (369), Canada's Mathieu Turcotte and Korea's Hyun-Soo Ahn crash into wall. 2002 Winter Olympics, Salt Lake Day 09 Short Track Men's 1000 Finals SL Ice Center/SLC,

Dopo quelle Olimpiadi del 2002 è diventato una star più o meno ovunque. Specie in Australia, la sua terra, dove il suo cognome, Bradbury, è andato a coniare una formula (“do a Bradbury”) che indica un colpo di fortuna, un successo totalmente inaspettato, proprio come quello che fece lui, Steven, nei giochi olimpici di Salt Lake City del 2002. Ma c’è di più: oltre al vocabolario, si è scomodata pure la filatelia della terra dei canguri che ha stampato un francobollo che immortala il pattinatore australiano subito dopo quel momento che gli ha cambiato la vita: la faccia da folle, i capelli biondi ossigenati sparati in aria. Era l’omaggio di tutta la nazione al primo atleta dell’emisfero australe premiato con un oro ai giochi invernali nello short track, il pattinaggio in velocità. E il “Last man standing”, come lui stesso si battezza nella sua autobiografia, è un personaggio che ha una storia tutta da raccontare. Continua a leggere “Verso Sochi – “Last man standing”: a lezione di fortuna da Steven Bradbury”

Verso Sochi – Se un bullone arrugginito vale più dell’oro: il bobbista Eugenio Monti

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Chissà se Eugenio Monti ci ha mai fatto caso. Tra i tanti metalli preziosi che hanno costellato la sua carriera, quello che gli consegnò il primato più speciale fu proprio il vecchio ferro arrugginito del bullone che, alle Olimpiadi del ’64, stava guastando la discesa dei bobbisti inglesi Tony Nash e Roby Dixon. Grazie a quell’episodio l’ampezzano ricevette, primo sportivo di sempre, la medaglia Pierre De Coubertin, il riconoscimento più nobile che un atleta possa ricevere: l’alloro è il premio che il Cio assegna ai gesti più sportivi e altruisti. Perché quando seppe che i due britannici rischiavano di dover rinunciare alla discesa per quel ferro mancante, fu Monti a cedergliene uno della dotazione italiana, e quando grazie proprio a quel gesto Nash e Dixon vinsero l’oro superando proprio gli italiani, lui non si pentì per l’omaggio fatto. Anzi, rispondeva ai giornalisti: «Nash non ha vinto perché gli ho dato il bullone. Ha vinto perché è andato più veloce». Continua a leggere “Verso Sochi – Se un bullone arrugginito vale più dell’oro: il bobbista Eugenio Monti”

Il samurai Hoketsu: a Londra un’attesa olimpica lunga 48 anni

Non è il più vecchio di sempre alle Olimpiadi. Il record dello svedese Oskar Swahn, argento nel tiro a segno dei giochi di Anversa a 72 anni e 10 mesi, è là avanti di poco. Ma i 71 e 4 mesi di Hiroshi Hoketsu valgono al fantino giapponese l’onere di essere l’atleta più stagionato almeno di Londra 2012, oltre a permettergli di detenere una storia per lo meno singolare. Da quasi cinquant’anni la sua passione olimpica è una goccia che cade lenta, senza mai morire prosciugata. Continua a leggere “Il samurai Hoketsu: a Londra un’attesa olimpica lunga 48 anni”

Quando Bartali inseguiva Coppi e Buzzati il mistero dello sport

Difficile trovare questo libro sugli scaffali di letteratura sportiva delle nostre librerie. Invece un posto lo meriterebbe eccome, perché Dino Buzzati al Giro d’Italia (Oscar Mondadori, 194 pagine, 9 euro) è un esempio di giornalismo sportivo di rara bellezza, dove la cronaca dell’evento ciclistico tenuta per le colonne del Corriere della Sera si fonde con la profondità di sguardo della penna bellunese (di cui quest’anno ricorreva il quarantesimo della morte). Le sfide tra Coppi e Bartali, i tentativi di fuga di qualche giovane ciclista, le attese delle città per i corridori in arrivo: tutto viene dipinto con una enorme attenzione per il carattere umano, per i piccoli e grandi drammi della vita dei protagonisti, intrecciandosi a fattori immaginari e misteriosi. Continua a leggere “Quando Bartali inseguiva Coppi e Buzzati il mistero dello sport”

Becks, stay at home. Psycho gli preferisce Richards, Giggs e Bellamy

«Footballing reasons». Non si è lasciato suggestionare dal nome altisonante del diretto interessato Stuart Pearce, non si è fatto schiacciare dalle pressioni di tanti giornali che volevano concedere l’estremo cammeo ad un campione al termine della sua carriera. Così ieri pomeriggio, quando il capo della delegazione Andy Hunt leggeva la lista dei convocati per la selezione britannica del torneo olimpico di calcio, in tanti si sono stupiti nell’apprendere una notizia già trapelata da qualche giorno: nei 18 chiamati per Londra 2012 manca il nome di David Beckham. Continua a leggere “Becks, stay at home. Psycho gli preferisce Richards, Giggs e Bellamy”